“Sono lesbica”. Combattere i pregiudizi con la visibilità

Antidiscriminazione Gruppo donna

di Redazione CIG Arcigay Milano

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A cura del Gruppo Donna – CIG Arcigay Milano

di Ester

La Giornata della visibilità lesbica mi spinge ancora, all’età di 31 anni, a farmi domande su me stessa e sul punto in cui mi trovo nel percorso di emancipazione dagli stereotipi e costrutti sociali, nel mio essere sia donna, sia lesbica. Ho sempre pensato alla parola come lo strumento più potente per avvicinarmi alla risposta che cerco e alle persone che fanno fatica a comprendere la domanda. Raccontarmi è il modo in cui posso riappropriarmi della verità e di un’identità autentica e coraggiosa che decide di non nascondersi più.   

Sono nata agli inizi degli anni ’90, in un paesino di mille abitanti incuneato tra montagne che volgono presto verso la Svizzera. La mentalità era molto diversa da quella di oggi e da quella che ho scoperto nel cuore di Milano. La pressione a seguire il percorso standard del matrimonio più figli, corredato dall’acquisto di una casa di proprietà e da un lavoro stabile, era molto forte. I miei genitori, cattolici praticanti, si sono incontrati giovanissimi all’interno di un oratorio di parrocchia, entusiasti all’idea di metter su una famiglia numerosa. Metà della mia famiglia, quella paterna, ha origini nel Sud Italia. L’altra metà nel profondo Nord, dove sono la campagna e le montagne a fare da padrone di casa. Il mio cuore è sempre stato, e sempre sarà, diviso in due: innamorato della vita semplice, della natura, di un’esistenza lontana dalla città e scandita dal canto del gallo, dall’abbaiare dei cani nelle ville; e la non sopportazione verso la mentalità provinciale del mio luogo di origine e che faceva chiedere ai miei parenti: “Quando ci porti uno zito?” (fidanzato, in dialetto calabrese).   

Questa matassa di pregiudizi e rigidità mentali mi ha reso molto difficile, fin dall’infanzia, comprendere la mia stessa femminilità: ero una bambina a cui piaceva giocare a calcio e con le macchinine telecomandate. Non sopportavo il rosa, le gonne, i motivi a fiori, le biciclette con i cestini, gli argomenti di conversazione delle altre coetanee. Tutti dicevano di me che ero “un maschiaccio”, con quella connotazione spregiativa alla fine della parola “maschio”. Non un maschio, ma un ibrido sporco tra un maschio e una femmina. Io invece ero semplicemente me stessa, una femmina a cui piaceva andare in giro con i jeans e le mani nelle tasche, anche se “non sta bene a una donna”.   

Mi sono innamorata per la prima volta a tredici anni di una compagna di scuola. Un’infatuazione nata durante un’estate in montagna, mentre cercava di spiegarmi dove si trovasse l’Orsa Maggiore tra le stelle e che la Via Lattea fosse una cintura bianca in mezzo a quell’infinito. Provavo un’attrazione che però non accettavo come tale, perciò la chiamavo “amicizia”. Ho visto passare almeno tre suoi fidanzati. Alla fine, mi sono convinta che nessuna ragazza al mondo potesse mai ricambiarmi a causa del mio genere. Per evitare delusioni ho anche frequentato dei ragazzi. Poche cose. È stato allora, a diciassette anni, che la lesbofobia fece la sua prima apparizione: un compagno di classe andò ad avvisare alcune ragazze di starmi lontana perché ero “un po’ lesbica”. Lo venni a sapere per vie traverse. Mi fece molto male.   

A diciotto anni baciai per la prima volta una ragazza, V., in un locale pubblico. Quando siamo uscite, degli uomini sulla cinquantina hanno fischiato e ci hanno gridato: “Ragazze, avete bisogno di uno di noi per caso?”.

L’episodio peggiore lo ricordo in un locale spagnolo a Corsico, periferia di Milano. Ero con la mia fidanzata storica, M., stavamo insieme da 5 anni. Quando i nostri amici hanno iniziato ad applaudire e a incitare un gesto d’amore per dimostrare al nuovo incredulo arrivato che non eravamo due semplici amiche, ci siamo date un innocente bacio a stampo. Venimmo subito cacciate: al proprietario del locale avevamo fatto schifo. “Non le voglio due lesbiche nel mio locale”, disse. A volte penso che vorrei tornare indietro soltanto per dire a me stessa: “Il problema qui non sei tu”. Penso che avrebbe fatto davvero la differenza, allora. Invece rimasi impietrita, uscii dal locale insieme agli altri e iniziai a consolare la mia ragazza, che nel frattempo era finita in lacrime. Non ho parole precise per definire come mi sentii: incapace di reagire, impotente, e in fondo provavo anche vergogna, perché una parte di me si sentiva responsabile per l’aver mostrato in pubblico – con un gesto – i miei sentimenti per una donna. Farlo mi agitava. La paura degli altri era diventata anche una paura dentro di me. 

Ora so che smettere di avere paura è libertà, e che godere di questa libertà significa amarsi, amarsi per come si è. Anche se “amarsi” non succede da un giorno all’altro: è un percorso non sempre lineare né semplice e nemmeno uguale per ognunə. Bisogna cercarlo, scoprirne un pezzetto ogni giorno con tutto il desiderio di felicità di cui siamo capaci. Parlando con gentilezza, anzitutto, all’amore che abbiamo dentro. E riuscire così a portare la parola più giusta per parlare di noi, dall’interno all’esterno. Fino a dipanare con tutte le nostre parole il nostro racconto, tornare a esistere, a respirare.

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