“Sono stato, come Tiresia, prima una cosa poi l’altra”

Cultura Gruppo donna

di Redazione CIG Arcigay Milano

copertina del libro middlesex di jeffrey eugenides

Recensione del romanzo Middlesex di Jeffrey Eugenides di Selene,

a cura del Gruppo Donna – CIG Arcigay Milano

«Sono nato due volte: bambina, la prima, un giorno di gennaio del 1960, in una Detroit straordinariamente priva di smog, e maschio adolescente, la seconda, nell’agosto del 1974, al pronto soccorso di Petoskey, nel Michigan».

È con queste parole che prende avvio la narrazione della vita di Cal (all’anagrafe Calliope Helen) Stephanides, discendente di una famiglia di origine greca trapiantata negli Stati Uniti a seguito dell’invasione turca di Smirne, nel 1922. Il medico che la fece nascere, al momento di tagliarle il cordone ombelicale, non ebbe esitazioni: era venuta al mondo una femmina. Calliope fu cresciuta per tutta la sua infanzia e preadolescenza così, tra bambole, vestitini rosa e iscrizioni a scuole esclusivamente femminili, quasi fossero ginecei dell’antica Grecia.

Eppure, benché Callie non sospettasse di nulla fino ai 14 anni, qualche indizio che le cose stessero diversamente c’era: quella pipì ascendente, spruzzata in faccia al prete intento a battezzarla (una traiettoria impossibile senza l’esistenza di un pene); quella peluria facciale così folta, molto più folta delle sue compagne di scuola; quella totale assenza di seno e quelle mestruazioni che proprio non ne volevano sapere di arrivare, quando tutte le coetanee attorno a lei mostravano già le curve di donne in nuce, pronte a sbocciare. 

I genitori e le altre persone attorno decisero di ignorare ogni segnale. Ma i cromosomi, così come il destino, sono ineluttabili: una vera greca lo sa bene. E il destino (oltre che i cromosomi) si palesarono in un giorno qualunque del 1974, dopo un tête-à-tête erotico con una compagna di scuola. Calliope – inseguita dal fratello della sua amante – finì in ospedale per un incidente stradale, che non le causò danni fisici permanenti: si limitò a cambiarle la vita, per sempre. Perché la timida e impacciata Callie si scoprì Tiresia – il cieco indovino che visse parte della sua vita da donna, prima di trasformarsi in un uomo. Cal si trovò a dover accogliere l’eredità culturale della terra natia della sua famiglia mediorientale, oltre al patrimonio genetico di due nonni che erano fratelli tra loro.

Jeffrey Eugenides – autore di un libro che viene presentato da chi narra come un’autobiografia, ma che, in realtà, non lo è – ci trascina e ci incanta come se fossimo bambinə che si affacciano per la prima volta alla mitologia classica (tanti sono i riferimenti a dèi e dee varie, nonché il costante contrappunto dell’Iliade a scandire il ritmo del testo), così come a una tematica di cui la società contemporanea pare essersi dimenticata e che, invece, nell’Antichità era oggetto di continua riflessione: quella dell’esistenza delle persone intersex. 

Jeffrey Eugenides, parla all'Ubud Writers&Readers Festival nel 2012
Ubud Writers & Readers Festival 2012. Image credit Stanny Angga. Licenza creative commons.

Invisibilizzate (indubbiamente) nel presente, eppure protagoniste delle discettazioni degli antichi, tanto che la filosofia di Platone sosteneva addirittura che l’essere umano originario – quello da cui tutti deriviamo, quello perfetto – fosse metà donna e metà uomo. L’ermafroditismo (questo il termine usato nei millenni passati per riferirsi all’intersessualità; oggi il vocabolo è caduto in disuso, in quanto scorretto) è stato considerato per buona parte della civiltà antica come la massima espressione dell’umanità, l’unione – in un solo corpo – di tutto quanto la natura umana potesse offrire al mondo.

Tuttavia, Cal – è il nome scelto dal ragazzo, una volta abbracciata la sua identità sessuale predominante –, lungi dal “perdonare” quel corpo che non produceva mammelle né ovuli, lungi dal sentire l’epicità della propria condizione, credette di essere un mostro. Si immaginava come il Minotauro della sua storia personale e, proprio come il fratellastro di Arianna, si percepiva meritevole di essere rinchiuso in un anfratto inaccessibile, per non destare scandalo. Il percorso verso l’accettazione di sé fu lungo e accidentato: un monito verso i danni che il bigottismo e l’interfobia possono causare nella vita delle persone.

Middlesex ha il merito, tra gli altri, di affrontare di petto – denunciandola – una pratica molto in voga negli ultimi secoli tra i medici che di intersessualità si occupavano: costringere lə pazienti e le loro famiglie a intervenire chirurgicamente per rimuovere gonadi e tratti caratteristici del sesso che si voleva cassare (e che spesso veniva deciso dal medico stesso, invece che dalla persona intersex). Oltre a essere la (presunta) autobiografia di una persona intersessuale, il libro traccia anche la storia recente di come veniva vista e medicalizzata l’intersessualità, da inizio Novecento in poi. Scopriamo, allora, che non di rado la scienza soggiace ai credo o ai pregiudizi della società, e che pure l’oggettività – la “scientificità”, verrebbe da dire – va conquistata a suon di ricerche.

Il libro che si aggiudicò il premio Pulitzer nel 2003, però, non si accontenta di focalizzarsi sul tema dell’intersessualità: aspira a essere l’epopea, il racconto epico di una famiglia di antieroi, vissuti in un periodo storico (il Novecento) che costrinse anche la gente comune a imprese epiche. Si passa dalla tranquillità di un piccolo villaggio greco agli orrori dell’invasione turca dell’Ellade, puntando dritto verso l’era dell’apoteosi dell’industria automobilistica a stelle e strisce, alle lotte razziali che insanguinarono gli USA, agli echi di una Seconda guerra mondiale iniziata in ritardo per gli americani, per planare, da ultimo, sui movimenti pacifisti dei decenni successivi.

Insomma, la storia di Middlesex è la storia di un’esistenza particolarissima e, al contempo, è la storia quotidiana che diventa Storia con la “s” maiuscola. Ma qual è il senso delle 600 pagine che compongono l’opera di Jeffrey Eugenides? Ça va sans dire: dare visibilità a chi solitamente non ne gode. Le persone intersessuali, certo, ma anche i profughi, le persone di colore, le fasce povere della società. Per questo Cal confessa: “Scrivere la mia storia non è il coraggioso atto liberatorio che mi ero augurato. Scrivere è un atto solitario e furtivo, e io sono un esperto di solitudine e segretezza. Sono un esperto della vita sotterranea”. Siamo di fronte a un meraviglioso viaggio nel sottosuolo, quindi. Dostoevskij approverebbe.

Condividi tramite: Facebook Twitter Email
Link Copiato!

News Correlate

Aprile 2026: tutti gli eventi

Un talk sulla figura della donna creata dalle religioni, gite fuori porta, gruppi di lettura, un incontro under 28 su…

Marzo 2026: tutti gli eventi

Uno speed book date con libri del nostro archivio, una gita a Vicenza, un evento U28 sui diritti intersex, mostre…

Febbraio 2026: tutti gli eventi

La Pride House durante i Giochi, formazioni per docenti, gite fuoriporta, dibattiti, gruppi di lettura, test gratuiti e altro ancora.

→  Tutte le news e progetti