Il Triangolo Silenzioso
Sono diecimila sui circa centoottantamila sordi italiani.
Eppure fino ad oggi non sono riusciti a fare udire la loro
voce. Con la nascita di "Triangolo silenzioso" i
gay e le lesbiche sordi italiani lanciano un messaggio a tutto
il mondo omosessuale.
Immaginate la scena. Un incontro internazionale, ospitato
nella sede dell'Asa di Milano. Il relatore, inglese, parla,
e il pubblico gli risponde animatamente. Voi lì, in mezzo,
non sentite e non capite una parola di quello che viene detto,
e questo per un motivo semplicissimo: gli intervenuti si parlano
con il linguaggio dei segni, perché questo è il primo convegno
di "Triangolo silenzioso", il gruppo gay e di lotta
all'Aids che è stato fondato dalle persone sordi.
Dire che sono stato gentilmente invitato dagli organizzatori
perché andassi a questo congresso è falso. Sono stato pregato,
lusingato, corteggiato, tampinato e sedotto come mai in vita
mia. Se al mio arrivo non trovo i tappeti rossi, poco ci manca.
Abituato alle riunioni gay in cui nessuno ti guarda se non
per stracciarti gli abiti addosso, questa atmosfera mi galvanizza.
Ciò non significa che io non abbia il mio piccolo trauma da
affrontare. Dopo dieci anni e più di giornalismo passati a
rappresentare i Diversi in mezzo ai Normali, di botto scopro
che stavolta sono l'involontario delegato dei Normali in mezzo
ai Diversi. Un delegato che fa abbastanza schifo, oltre tutto,
visto che non capisce un accidente...
Il muro alla comunicazione è totale, almeno finché non imparo
il significato dei segni più importanti. E' spaventoso: sono
tagliato fuori, e dipendo interamente dalla gentilezza dì
tutti, che accettano che il dibattito si interrompa a singhiozzo
ogni volta che qualcuno di loro si prende la briga di tradurre
a voce ciò di cui si sta discutendo.
Eccomi insomma immerso nella situazione che sperimenta il
sordomuto nella realtà in cui io vivo tutti i giorni. Non
fatico a immaginarmelo seduto al tavolo di un bar gay, mentre
gli altri parlano e lui o lei è tagliato fuori dal discorso,
perché l'idea che i "normali" facciano uno sforzo
per farsi capire da lui o lei è semplicemente fantascienza.
Un piccolo gesto mi aiuta ad intuire ancora di più la dimensione
del mondo in cui vivono le persone di "triangolo silenzioso".
Uno di coloro che mi avevano invitato non riesce a fermare
un partecipante che mi rivolge la parola a voce e contemporaneamente
a segni. Non capisce se costui abbia capito che io sono un
"udente", e che quindi deve usare la voce per parlarmi
e non solo i segni e il movimento labiale delle labbra. Visto
che non riesce ad attirare la sua attenzione, e non potendo
per ovvi motivi fargli un fischio, gli tocca con due dita
la gola. Dopo aver percepito che vibra, annuisce e si tranquillizza.
Questo gesto mi ha mostrato per un attimo la sala attraverso
l'esperienza dì chi mi stava ospitando, come un film con l'audio
spento.
Questa realtà umana spiega, io credo,
il bisogno rabbioso di comunicare: costoro non vogliono solo
far conoscere ad altri il proprio messaggio, come avviene
di solito quando si forma un nuovo gruppo gay, ma esprimono
anche il bisogno spasmodico di riuscire a captare i messaggi
degli altri. Messaggi che spesso volano sulla testa delle
persone sorde senza degnarsi di fermarsi per essere raccolti
da loro. Con molta pazienza i fondatori di "Triangolo
silenzioso" mi hanno spiegato ad una ad una le difficoltà
del sordo nel campo dell'informazione.
Primo: ovviamente la gente parla dando per scontato che tutti
sentano.
Secondo: i sordi sono stati vittime fino a pochi anni fa di
una mentalità che vedeva in loro degli "handicappati"
nel senso più spregiativo del termine. Non udire non significa
essere stupido, ma il pregiudizio sull'handicappato come "incapace
di capire" è durissimo a morire. Ne consegue che per
troppo tempo si è considerato uno spreco di tempo insegnare
a leggere ai sordomuti, col bel risultato di avere una parte
non trascurabile dei sordomuti di una certa età, e al Sud
(mi dicono) anche di quelli più giovani, con qualche difficoltà
nel leggere e scrivere.
Terzo: anche i sordi che sanno leggere possono incontrare
difficoltà di vocabolario. Quanta percentuale delle parole
che noi conosciamo l'abbiamo imparata parlando e ascoltando
gli altri che le usavano? Ebbene, il sordo non può ricorrere
a questa risorsa e per quanto bene capisca l'italiano, questo
resta per lui/lei una specie di "seconda lingua".
La lingua dei segni è infatti un vero linguaggio autonomo,
cosicché il sordo legge l'italiano un po' come noi udenti
leggeremmo una lingua straniera: la capiamo di più o di meno
a seconda di quanto a lungo e con quanta passione l'abbiamo
studiata. Ecco perché in un gruppo che solo da vent'anni è
riuscito ad entrare nel vivo della lingua italiana parlata
e letta, esistono persone che pur sapendo leggere capiscono
con fatica le parole difficili o più "tecniche"
nei testi scritti. Da ciò deriva la cronica carenza e la cronica
fame di informazioni.
Questa carenza di informazioni è tangibile. Quando nel pomeriggio
sì passa alle domande sull'Aids i rappresentanti dell'Asa,
giunti nel frattempo, ed io allibiamo all'unisono: ci sembra
di essere tornati indietro di dieci anni. Eppure il raccapriccio
svanisce quando ci accorgiamo che a poco a poco tutti gli
interventi finiscono per concludersi rivolgendo a noi quattro
o cinque udenti presenti una richiesta precisa: aiutateci
ad informarci.
Capiamo allora che questo non è un mondo che si crogiola nella
disinformazione, come certe frange di gay: questo è un mondo
che fatica ad ottenere le informazioni che gli altri, cioè
noi, riescono ad avere facilmente. Parecchi film in tv, mi
fanno notare, si possono capire perché la Rai li sottotitola,
però questo non avviene mai con i telegiornali e i dibattiti,
cioè con la spina dorsale dell'informazione.
A questo i miei interlocutori aggiungono un punto su cui sono
tutti d'accordo: in Italia l'assistenza agli handicappati
è stata delegata dallo Stato ai cattolici, che l'hanno monopolizzata.
Questo significa: primo, che le associazioni dei sordomuti
si farebbero martirizzare piuttosto che fornire informazioni
su come praticare il "sesso sicuro" contro l'Aids
ai turpissimi e peccaminosissimi e contronaturissimi sodomiti.
Secondo, che in generale il mondo dei sordi è in Italia intriso
di cultura cattolica, con tutti i preconcetti meschini, le
condanne, i sensi di colpa e le chiusure di un mondo educato
in un'atmosfera repressiva e bigotta, come quella degli istituti
gestiti da religiosi in cui, fino a vent'anni fa, erano educati
tutti i sordomuti.
Con una certa malinconia mi si fa anche notare che la cosa
è resa ancora più difficile dal fatto che buona parte di loro
(eterosessuali compresi) ha avuto la sua iniziazione sessuale
con i preti di questi istituti, con tutti gli strascichi di
sensi di colpa non risolti che ciò ha lasciato in loro. Quando
chiedo se posso scriverlo, mi viene risposto che questo, nel
loro mondo, non è un segreto.
Non è finita. La gente "normale" considera "ridicolo"
il sordo perché gesticola. Perciò i "normali" hanno
"educato" i sordi a vergognarsi di quello che sono.
Me ne rendo conto quando Carlo, che avendo un piccolo residuo
d'udito riesce a parlare in modo nitidissimo, recalcitra all'idea
di esprimersi contemporaneamente a voce ed a segni per essere
capito da tutti in sala. Preferirebbe parlare a voce ed essere
tradotto dall'interprete che è arrivata dopo pranzo. Lo mette
a disagio quel modo di comunicare (usando i due linguaggi
contemporaneamente) che invece potrebbe aiutare ad abbattere
le barriere fra udenti e sordi: non a caso il suo ragazzo,
che è udente, dopo tre anni non parla affatto la lingua dei
segni.
Essendo un linguaggio semplice, razionale e sintetico, chiunque
potrebbe imparare in una sera i cinquanta segni fondamentali
della banale conversazione da bar. (Ovviamente se si vuole
parlare di filosofia occorre di più ... ).
E invece ognuno continua a parlare solo un linguaggio, coi
risultato che nel mondo gay oggi manca l'interfaccia, il collegamento
delle persone udenti che abbiano imparato la lingua dei segni
per comunicare con un sordo di cui si erano innamorate.
Insomma: mondo gay "normale" e mondo dei gay sordi
sono stati, fino ad oggi, realtà separate, a chiusura stagna:
la scommessa di "Triangolo silenzioso" consiste
nel provare ad aprire un canale di comunicazione.
Mentre parlo un po' di questo con loro, la discussione scivola
sul dubbio se sia possibile la relazione fra un sordo e un
udente. Qualcuno dice di non volerne sapere degli udenti:
le difficoltà di comunicazione sono eccessive, perché "loro"
non fanno mai uno sforzo per venirti incontro e si stancano
troppo rapidamente di prestarti attenzione.
Qualcun altro invece dice di preferire decisamente gli udenti,
perché hanno il pregio di costituire un tramite con il mondo
"normale", permettendo di sentirsi meno "tagliati
fuori"; ma non a caso chi sostiene questa seconda tesi
è chi ha un residuo di capacità uditive, ed è quindi in grado
di comunicare alle condizioni capestro poste dagli udenti,
cioè a voce e aiutandosi con la lettura delle labbra.
Eppure, osservo, una volta che chiesi notizie (ero incuriosito,
lo ammetto) sul gruppo di sordomuti che frequenta il bar gay
Querelle di Milano, mi fu detto che se ne stavano sempre fra
di loro e non "cagavano" nessuno. Non è vero niente.
Sono gli altri gay che non ti rivolgono mai la parola. Ma,
chiedo io, come si fa, benedetta gente, a rivolgere la parola
ad un sordo? Certo, può essere un problema, mi concedono.
Ma il problema vero è che la gente ti chiede: "Come ti
chiami?", e se tu rispondi: "Come?", cambia
faccia e dice: "Oh, non fa nulla, ciao". Com'è possibile,
mi chiedono esasperati, comunicare in questa situazione? Non
ci provano neppure!
Insomma, per farla breve il neonato "Triangolo silenzioso"
è impegnato in una battaglia su due fronti: uno interno, contro
la realtà del mondo dei non udenti, in cui pregiudizi bigotti
e anche cattiverie antigay imperversano quanto e a volte più
che nel mondo "normale", e uno esterno, contro un
mondo gay che non prevede spazi per chi abbia un handicap.
"Quando c'è un'iniziativa, noi siamo gli ultimi a saperlo",
mi è stato detto.
Nei prossimi mesi "Triangolo silenzioso" cercherà
di raggiungere e aggregare quanti più gay e lesbiche non udenti
potrà. (A questo scopo i lettori di Babilonia interessati
al gruppo possono, in attesa che "Triangolo silenzioso"
trovi una sede, mandare un fax o una lettera a noi di Babilonia,
che provvederemo a inoltrarli nella massima discrezione ai
responsabili per la risposta. Contemporaneamente il nuovo
gruppo cercherà di coinvolgere il movimento e il mondo lesbico
e gay).
Questo mi è stato pregato di dire ai lettori di Babilonia
e questo riferisco. Aggiungendo che se forse noi udenti superassimo
la paura di essere "indiscreti" (esiste anche questa,
esiste ... ) con i sordi, e se accettassimo di comunicare
con loro un po' anche alle condizioni loro, la loro integrazione
nel mondo gay si rivelerebbe molto più semplice di quanto
appaia oggi. Sto parlando forse di un'utopia?
Giovanni Dall'Orto
(da Babilonia n.112 di giugno 1993 - Articolo ripubblicato
per gentile concessione dell'autore, ulteriori ripubblicazioni
non sono permesse senza il consenso dell'autore) |