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UN
ARTICOLO DI GIOVANNI DALL'ORTO
Triangolo Silenzioso
Sono diecimila sui circa centoottantamila sordi italiani. Eppure fino ad oggi non sono riusciti a fare udire la
loro voce. Con la nascita di "Triangolo silenzioso" i
gay e le lesbiche sordi italiani lanciano un messaggio a
tutto il mondo omosessuale.
Immaginate la scena. Un incontro internazionale, ospitato
nella sede dell'Asa di Milano. Il relatore, inglese, parla, e il
pubblico gli risponde animatamente. Voi lì, in mezzo, non
sentite e non capite una parola di quello che viene detto, e
questo per un motivo semplicissimo: gli intervenuti si parlano
con il linguaggio dei segni, perché questo è il primo convegno
di "Triangolo silenzioso", il gruppo gay e di lotta
all'Aids che è stato fondato dalle persone sordi.
Dire che sono stato gentilmente invitato dagli organizzatori
perché andassi a questo congresso è falso. Sono stato pregato,
lusingato, corteggiato, tampinato e sedotto come mai in vita
mia. Se al mio arrivo non trovo i tappeti rossi, poco ci manca.
Abituato alle riunioni gay in cui nessuno ti guarda se non per
stracciarti gli abiti addosso, questa atmosfera mi galvanizza.
Ciò non significa che io non abbia il mio piccolo trauma da
affrontare. Dopo dieci anni e più di giornalismo passati a
rappresentare i Diversi in mezzo ai Normali, di botto scopro che
stavolta sono l'involontario delegato dei Normali in mezzo ai
Diversi. Un delegato che fa abbastanza schifo, oltre tutto,
visto che non capisce un accidente...
Il muro alla comunicazione è totale, almeno finché non imparo
il significato dei segni più importanti. E' spaventoso: sono
tagliato fuori, e dipendo interamente dalla gentilezza dì
tutti, che accettano che il dibattito si interrompa a singhiozzo
ogni volta che qualcuno di loro si prende la briga di tradurre a
voce ciò di cui si sta discutendo.
Eccomi insomma immerso nella situazione che sperimenta il
sordomuto nella realtà in cui io vivo tutti i giorni. Non
fatico a immaginarmelo seduto al tavolo di un bar gay, mentre
gli altri parlano e lui o lei è tagliato fuori dal discorso,
perché l'idea che i "normali" facciano uno sforzo per
farsi capire da lui o lei è semplicemente fantascienza. Un
piccolo gesto mi aiuta ad intuire ancora di più la dimensione
del mondo in cui vivono le persone di "triangolo
silenzioso". Uno di coloro che mi avevano invitato non
riesce a fermare un partecipante che mi rivolge la parola a voce
e contemporaneamente a segni. Non capisce se costui abbia capito
che io sono un "udente", e che quindi deve usare la
voce per parlarmi e non solo i segni e il movimento labiale delle labbra.
Visto che non riesce ad attirare la sua attenzione, e non
potendo per ovvi motivi fargli un fischio, gli tocca con due
dita la gola. Dopo aver percepito che vibra, annuisce e si
tranquillizza.
Questo gesto mi ha mostrato per un attimo la sala attraverso
l'esperienza dì chi mi stava ospitando, come un film con
l'audio spento.
Questa realtà umana spiega, io credo, il bisogno rabbioso di
comunicare: costoro non vogliono solo far conoscere ad altri il
proprio messaggio, come avviene di solito quando si forma un
nuovo gruppo gay, ma esprimono anche il bisogno spasmodico di
riuscire a captare i messaggi degli altri. Messaggi che spesso
volano sulla testa delle persone sorde senza degnarsi di
fermarsi per essere raccolti da loro. Con molta pazienza i
fondatori di "Triangolo silenzioso" mi hanno spiegato ad una
ad una le difficoltà del sordo nel campo
dell'informazione.
Primo: ovviamente la gente parla dando per scontato che tutti
sentano.
Secondo: i sordi sono stati vittime fino a pochi anni fa di una
mentalità che vedeva in loro degli "handicappati" nel senso
più spregiativo del termine. Non udire non significa essere
stupido, ma il pregiudizio sull'handicappato come "incapace
di capire" è durissimo a morire. Ne consegue che per
troppo tempo si è considerato uno spreco di tempo insegnare a
leggere ai sordomuti, col bel risultato di avere una parte non
trascurabile dei sordomuti di una certa età, e al Sud (mi
dicono) anche di quelli più giovani, con qualche difficoltà
nel leggere e scrivere.
Terzo: anche i sordi che sanno leggere possono incontrare difficoltà
di vocabolario. Quanta percentuale delle parole che noi
conosciamo l'abbiamo imparata parlando e ascoltando gli altri
che le usavano? Ebbene, il sordo non può ricorrere a questa
risorsa e per quanto bene capisca l'italiano, questo resta per
lui/lei una specie di "seconda lingua".
La lingua dei segni è infatti un vero linguaggio autonomo,
cosicché il sordo legge l'italiano un po' come noi udenti leggeremmo una lingua straniera: la capiamo
di più o di meno a seconda di quanto a lungo e con quanta
passione l'abbiamo studiata. Ecco perché in un gruppo che solo
da vent'anni è riuscito ad entrare nel vivo della lingua
italiana parlata e letta,
esistono persone che pur sapendo leggere capiscono con fatica le
parole difficili o più "tecniche" nei testi scritti.
Da ciò deriva la cronica carenza e la cronica fame di
informazioni.
Questa carenza di informazioni è tangibile. Quando nel
pomeriggio sì passa alle domande sull'Aids i rappresentanti
dell'Asa, giunti nel frattempo, ed io allibiamo all'unisono: ci
sembra di essere tornati indietro di dieci anni. Eppure il
raccapriccio svanisce quando ci accorgiamo che a poco a poco
tutti gli interventi finiscono per concludersi rivolgendo a noi
quattro o cinque udenti presenti una richiesta
precisa: aiutateci ad informarci.
Capiamo allora che questo non è un mondo che si crogiola nella
disinformazione, come certe frange di gay: questo è un mondo
che fatica ad ottenere le informazioni che gli altri, cioè noi,
riescono ad avere facilmente. Parecchi film in tv, mi fanno
notare, si possono capire perché la Rai li sottotitola, però
questo non avviene mai con i telegiornali e i dibattiti, cioè
con la spina dorsale dell'informazione.
A questo i miei interlocutori aggiungono un punto su cui sono
tutti d'accordo: in Italia l'assistenza agli handicappati è
stata delegata dallo Stato ai cattolici, che l'hanno
monopolizzata. Questo significa: primo, che le associazioni dei
sordomuti si farebbero martirizzare piuttosto che fornire
informazioni su come praticare il "sesso sicuro"
contro l'Aids ai turpissimi e peccaminosissimi e
contronaturissimi sodomiti. Secondo, che in generale il mondo
dei sordi è in Italia intriso di cultura cattolica, con
tutti i preconcetti meschini, le condanne, i sensi di colpa e le
chiusure di un mondo educato in un'atmosfera repressiva e
bigotta, come quella degli istituti gestiti da religiosi in cui,
fino a vent'anni fa, erano educati tutti i sordomuti.
Con una certa malinconia mi si fa anche notare che la cosa è
resa ancora più difficile dal fatto che buona parte di loro
(eterosessuali compresi) ha avuto la sua iniziazione sessuale
con i preti di questi istituti, con tutti gli strascichi di
sensi di colpa non risolti che ciò ha lasciato in loro. Quando
chiedo se posso scriverlo, mi viene risposto che questo, nel
loro mondo, non è un segreto.
Non è finita. La gente "normale" considera
"ridicolo" il sordo perché gesticola. Perciò i
"normali" hanno "educato" i sordi a
vergognarsi di quello che sono. Me ne rendo conto quando Carlo,
che avendo un piccolo residuo d'udito riesce a parlare in modo
nitidissimo, recalcitra all'idea di esprimersi
contemporaneamente a voce ed a segni per essere capito da tutti
in sala. Preferirebbe parlare a voce ed essere tradotto
dall'interprete che è arrivata dopo pranzo. Lo mette a disagio
quel modo di comunicare (usando i due linguaggi
contemporaneamente) che invece potrebbe aiutare ad abbattere le
barriere fra udenti e sordi: non a caso il suo ragazzo, che è
udente, dopo tre anni non parla affatto la lingua dei segni.
Essendo un linguaggio semplice, razionale e sintetico, chiunque potrebbe imparare in una
sera i cinquanta segni fondamentali della banale conversazione
da bar. (Ovviamente se si vuole parlare di filosofia occorre di
più ... ).
E invece ognuno continua a parlare solo un linguaggio, coi
risultato che nel mondo gay oggi manca l'interfaccia, il
collegamento delle persone udenti che abbiano imparato la lingua
dei segni per comunicare con un sordo di cui si
erano innamorate.
Insomma: mondo gay "normale" e mondo dei gay sordi sono stati, fino ad oggi, realtà separate, a chiusura
stagna: la scommessa di "Triangolo silenzioso"
consiste nel provare ad aprire un canale di comunicazione.
Mentre parlo un po' di questo con loro, la discussione scivola
sul dubbio se sia possibile la relazione fra un sordo e un
udente. Qualcuno dice di non volerne sapere degli udenti: le difficoltà di comunicazione sono
eccessive, perché "loro" non fanno mai uno sforzo per
venirti incontro e si stancano troppo rapidamente di prestarti
attenzione.
Qualcun altro invece dice di preferire decisamente gli udenti,
perché hanno il pregio di costituire un tramite con il mondo
"normale", permettendo di sentirsi meno "tagliati
fuori"; ma non a caso chi sostiene questa seconda tesi è
chi ha un residuo di capacità uditive, ed è quindi in grado di
comunicare alle condizioni capestro poste dagli udenti, cioè a
voce e aiutandosi con la lettura delle labbra.
Eppure, osservo, una volta che chiesi notizie (ero incuriosito,
lo ammetto) sul gruppo di sordomuti che frequenta il bar gay
Querelle di Milano, mi fu detto che se ne stavano sempre fra di
loro e non "cagavano" nessuno. Non è vero niente. Sono gli altri gay che non ti
rivolgono mai la parola. Ma, chiedo io, come si fa, benedetta
gente, a rivolgere la parola ad un sordo? Certo, può essere un
problema, mi concedono. Ma il problema vero è che la gente ti
chiede: "Come ti chiami?", e se tu rispondi:
"Come?", cambia faccia e dice: "Oh, non fa nulla,
ciao". Com'è possibile, mi chiedono esasperati, comunicare
in questa situazione? Non ci provano neppure!
Insomma, per farla breve il neonato "Triangolo
silenzioso" è impegnato in una battaglia su due fronti:
uno interno, contro la realtà del mondo dei non udenti, in cui
pregiudizi bigotti e anche cattiverie antigay imperversano
quanto e a volte più che nel mondo "normale", e uno
esterno, contro un mondo gay che non prevede spazi per chi abbia
un handicap. "Quando c'è un'iniziativa, noi siamo gli
ultimi a saperlo", mi è stato detto.
Nei prossimi mesi "Triangolo silenzioso" cercherà di
raggiungere e aggregare quanti più gay e lesbiche non udenti
potrà. (A questo scopo i lettori di Babilonia interessati al
gruppo possono, in attesa che "Triangolo silenzioso"
trovi una sede, mandare un fax o una lettera a noi di Babilonia,
che provvederemo a inoltrarli nella massima discrezione ai
responsabili per la risposta. Contemporaneamente il nuovo gruppo
cercherà di coinvolgere il movimento e il mondo lesbico e gay).
Questo mi è stato pregato di dire ai lettori di Babilonia e
questo riferisco. Aggiungendo che se forse noi udenti
superassimo la paura di essere "indiscreti" (esiste
anche questa, esiste ... ) con i sordi, e se accettassimo
di comunicare con loro un po' anche alle condizioni loro, la
loro integrazione nel mondo gay si rivelerebbe molto più
semplice di quanto appaia oggi. Sto parlando forse di un'utopia?
Giovanni Dall'Orto
(da Babilonia n.112 di giugno 1993 - Articolo ripubblicato per gentile
concessione dell'autore, ulteriori ripubblicazioni non sono
permesse senza il consenso dell'autore) |