MARZO 2003
GUIDEMAGAZINE
Musica - Escono i "Diari" di Kurt Cobain, leader dei Nirvana - NEL CUORE DI UN DEMONE ROCK
Amava ripetere: "Dio è gay e anch'io lo sono"
di Simone Bisantino
 

sommario

Sono molte le omoprovocazioni di Cobain, che però sentiva il bisogno precisare: "Non sono gay, ma vorrei esserlo per il solo desiderio di far incazzare gli omofonici". Tra questi, alcuni componenti della sua famiglia

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Kurt Cobain al femminile"Ok, adesso vado a lavorare. Quando ti svegli stamattina, leggi pure il mio diario. Fruga tra le mie cose e scopri come sono fatto." È con queste frasi che si aprono i "Diari" di Kurt Cobain (Mondatori, euro 16,80) leader dell'ormai leggendaria rock band Nirvana. Kurt Cobain ha tenuto un diario fino alla fine della sua vita, con il suicidio avvenuto a 27 anni, nell'aprile del 1994. Una fine che l'ha gettato per sempre nel limbo dei "maledetti" del rock, che lui stesso aveva tanto criticato e a cui non sperava di appartenere. Kurt scriveva ovunque, su quaderni, fogli sparsi, cartoline; annotava i suoi progetti per il gruppo, testi di canzoni, poesie, disegni e addirittura bozzetti preparatori per video musicali. Dopo biografie autorizzate e non, è la prima volta che si può attingere direttamente ai suoi quaderni, pubblicati per concessione di Courtney Love, vedova del cantante. E si presenta forse come l'ennesimo sabotaggio alla privacy di Kurt: un altro tentativo di speculazione sulle ceneri dell'ultimo maledetto del rock. Il libro che appare in una veste grafica impeccabile, nulla aggiunge alle tante biografie pubblicate sul cantante, e, anzi, nelle note in appendice i curatori inventano su molti personaggi citati da Cobain, dandogli delle identità a dir poco assurde.

Così Kurt Cobain parla finalmente con una voce propria, senza l'aiuto dei tanto odiati giornalisti musicali. Figlio del punk e del divorzio, dell'Aids e di Mtv, nei suoi diari non aveva smesso un attimo di stilare la classifica dei dischi che lo avevano influenzato di più: i Beatles, i Sex Pistols, e tutto il rock indipendente americano. "Il punk rock è libertà", scrive, e in un certo senso queste erano le prime aspettative dalla sua band, prima che la musica dei Nirvana restasse ingarbugliata nella ragnatela delle major discografiche, i passaggi alienanti su Empty Tv (alias Vacua Tv, come definisce Mtv lo stesso Cobain). "Il gran mucchio di merda", ossia tutta la stampa musicale-scandalistica. Della serie: il rock interessa e conquista, ma ancora di più i casini interiori delle rockstars. E tra questi casini non poteva mancare anche l'ammiccamento all'omosessualità, che Kurt usava per provocare i media e l'omofobia nascosta nella stampa ufficiale. "Dio è gay, e anch'io lo sono", e questa è solo una delle tante provocazioni che amava sfoggiare nelle interviste, e che provava ripetutamente nel diario, benché in una pagina successiva sente il bisogno di chiarire subito il malinteso: "Non sono gay, ma vorrei esserlo per il solo desiderio di far incazzare gli omofonici", ossia coloro che parlano sempre male dei gay. Ne emerge un ritratto di Cobain che adora i gay, che li incita a restare così per tutta la vita, che li appoggia; i Nirvana hanno anche suonato dal vivo per i diritti degli omosessuali. E in tutto questo ha buona parte anche il femminismo, come se omosessualità e femminismo promettessero una sotterranea "rivoluzione".

Nei suoi scritti appare chiaramente come sia stato difficile digerire il successo, quando il secondo lp dei Nirvana Nevermind vendette milioni di copie, scavalcando nelle classifiche Usa persino il re del pop Michael Jackson. Il rapporto odio/amore con la fama, le droghe, i media. E proprio questi ultimi non potevano che schiacciare e ferire una personalità fragile e vulnerabile come la sua, quando ormai era diventato l'icona sballata di una nuova e invisibile scena musicale, un trend da allettare persino il palato degli stilisti: il Grunge. "Mi piacerebbe conoscere qualcuno a cui chiedere consiglio. Qualcuno che non mi faccia sentire un cretino per essermi aperto e che proverebbe a spiegarmi tutte le insicurezze che mi tormentano da circa, cosa sono, 25 anni." È in passi come questo del diario che emerge tutta l'incontenibile debolezza dell'ultimo poeta rock: un ragazzo comune pieno di insoddisfazioni e vittima della piaga dell'eroina, che usava per soffocare quei terribili dolori allo stomaco che lo annientavano ogni giorno di più. Dolori non solo fisici, ma anche dell'anima, come lo spettro del divorzio dei genitori, che Kurt non aveva mai digerito e che si trascinava come un vecchio fardello di un'adolescenza da perdente, passata fra parenti diversi, un nonno razzistae omofobo, due zii suicidi. Spettro che non era riuscito nemmeno a scacciare quando si ritrovò la sua di famiglia, dopo il matrimonio con Courtney Love, unione attaccata violentemente dalla stampa, che definì Kurt e Courtney "coppia di depravati", "futuri genitori irresponsabili", e la nascita della sua unica figlia Frances Bean.

Non era bastata nemmeno questa gioia a strapparlo dalla tossicomania. Negli ultimi mesi di vita, Kurt aveva quasi abbandonato il suo diario, intento a saltare da uno spacciatore all'altro, trasformandosi davvero nello zombie che i giornalisti avevano visto nel suo futuro. Mentre tutti i giovani sognavano di essere al suo posto, Kurt si odiava e voleva morire, l'aveva anche scritto: "I hate myself and i want to die" ("Odio me stesso e voglio morire"). "Il titolo dell'album è piuttosto negativo, ma anche divertente", scriveva ad un amico. Un titolo folle che aveva trovato divertente solo lui e che ai discografici non era piaciuto affatto, minacciando persino di non far uscire il disco. Quando quel disco uscì sotto il titolo di In Utero, Kurt Cobain non era più lo stesso: il successo lo disprezzava, additandolo come causa della sua rinnovata infelicità; non era più una persona normale, ma un prodotto dell'angoscia generazionale che fruttava miliardi. Appena otto mesi dopo l'uscita del suo ultimo lp, Kurt mantenne la promessa, si chiuse nel solaio della sua enorme e spettrale casa di Seattle e salutò il mondo ostile che l'aveva circondato per ventisette anni, sparandosi un colpo di fucile in bocca. L'aveva promesso e l'aveva fatto, citando, forse, il disco che lo aveva fatto diventare ricco e famoso, e che portava in sé il suo atteggiamento verso tutto, la fama, la vita: Nevermind, Non importa.

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