01/02/2003 - Babilonia - Andrea Maranini
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Itinerari tra fede e identita’ - Carlo Coccioli
Gli strani poteri di guardare il sole di notte: l'opera di un autore che, dagli anni Quaranta, ha messo a confronto in modo profondo provocatorio omosessualità e religione


Coccioli e Maranini nello studio della casa dello scrittore a Città del Messico, agosto 1999 L'omosessualità è una vocazione? Vocazione come destino: qualcosa che non ammette alternativa.» E' questo il fulminante scambio di battute che si legge in “Le case del lago” (p.32), eppure credo che non siano molti a riconoscerne l'autore: chi avesse compreso trattarsi di Carlo Coccioli non penso avrà un'idea precisa dell'onnipresenza del tema omosessuale nell'opera di questo controverso scrittore.

Classe 1920, nomade fra Firenze, Parigi e la ormai definitiva Città del Messico, perfettamente trilingue, autore a partire dal 1946, anno della pubblicazione de “Il migliore e l'ultimo” (cronaca, più che romanzo, delle sue avventure di eroe della Resistenza) di una quarantina di opere, moltiplicatesi in quasi centosessanta edizioni, traduzioni e ristampe. Questo irrequieto delle strade e delle risposte all'esistenza, prima cattolico, poi ebreo, poi fedele di Krishna, induista, animista, sempre e comunque assertore della bontà del sesso e della legittimità dell'amore, in qualsiasi forma esso si manifesti, scriveva nella sua lunga autointervista “Tutta la verità” pubblicata nel 1995 (p. 205): «Conversando con me stesso non sono mai stato troppo disposto ad ammetterlo. Ma è innegabile che la mia letteratura appartiene a una sfera della sensibilità che è, e non potrebbe non essere, omosessuale».

La presenza omosessuale ne percorre per intero l'Opera, non c'è quasi titolo nel quale essa non compaia con minore o maggiore violenza: dal desiderio senza nome di Tim ne “La difficile speranza” (1947) alle poche pagine dedicate a Giocondo in “La piccola valle d Dio” (1948): «Sono un omosessuale. Omosessuale parve la parola di una lingua barbara e misteriosa, non la lingua di tutti i giorni (p. 273)»-, fino ad arrivare a personaggi a tutto tondo come Alberto Ortognani ne “Il cielo e la terra” (1950): «Mi pareva di uscire di me per amore, non pensavo che a lui» (Vallecchi, p.280). La forte cornice cattolica, in cui questo testo si inserisce, rende il percorso verso la propria identità del personaggio un itinerario doloroso, ma la descrizione del giovane e delle vittorie e sconfitte verso la piena dignità del suo amore, attraverso le pagine di diario che vengono proposte al lettore, è paradigmatica e stupefacente per la carica di verità e realismo. Con questo libro (dallo strepitoso successo di vendite in tutta Europa, fino ai paesi nordici, agli Stati Uniti e al Sud America) inizia l'analisi di Goccioli intorno alla possibilità di felicità concessa a un omosessuale all'interno dell'adesione di fede cattolica; quasi come un secondo volume di questo percorso, nel 1952 viene pubblicato a Parigi, non da Plion l’usuale editore di Goccioli ma da un suo affiliato, La Table Ronde, “Fabrizio Lupo”: il testo più profondamente e assolutamente a carattere omosessuale di Coccioli (ed uno dei suoi libri più intensi): la storia del pittore omonimo e della sua relazione con un ragazzo francese, Laurent, vissuta tra Firenze e Parigi, fino al tragico epilogo che vede il suicidio, a pochi giorni di distanza, di entrambi i protagonisti. Nella storia è adombrata (non certo fino al suo finale tragico), la relazione tra Coccioli stesso ed un altro importante narratore e traduttore francese suo coetaneo, relazione condivisa nei primi anni Cinquanta. Il libro, a giudizio di una certa critica omosessuale, è quasi sempre stato ostracizzato a causa dello sfondo cattolico nel quale i personaggi si muovono, ma questo ha finito per irrigidire l'analisi in un'unica possibile (quanto sterile) chiave di lettura del libro. E innegabile che Fabrizio Lupo sia cattolico e desideroso di vivere un'esistenza di fede, ma questo non deve compromettere l'impianto complessivo del romanzo che tratteggia un personaggio consapevole della sua legittimità a vivere alla luce del sole il modo d'amare che gli è proprio: il libro è innanzitutto l'itinerario verso l'accettazione di se stessi per come si è. Certo, il suicidio finale del protagonista potrebbe far pensare a una negazione della possibilità di una vita vissuta felicemente in una relazione omosessuale. Ma non credo trattarsi tanto di questo: lo leggo piuttosto come un invito rivolto alla comunità omosessuale, così come alla società civile e alle chiese, un invito a costruire un mondo nel quale un amore di quel tipo, un amore con la "A” maiuscola, chiunque esso coinvolga, possa essere possibile.

L'itinerario che Goccioli traccia è chiaro e non credo sia condivisibile soltanto da coloro la cui adesione di fede sia cattolica (io stesso non sono tra costoro): «Accettazione nel significato di ammissione: ci si assume, si accoglie la propria realtà. E’ il primo passo... il secondo passo viene, poi, nell'acquisire l'orgoglio di quel che si è» (p. 20).

In Italia Fabrizio Lupo è pubblicato soltanto nel 1978 ma occorre tener presente che il testo vide la luce in Francia nel 1952, un anno prima del Jean Paul di Marcel Guersant, nel quale l'omonimo personaggio del libro, dopo una vita consumata nel "vizio" si spegne, sul letto di morte, trasfigurato da una «salvifica normalizzazione». In Coccioli i personaggi restano quali sono: nell'Amore che è loro proprio, e la loro scelta di vita non ha nulla a che fare con un presunto "vizio" o con situazioni da normalizzare.

Nel 1959 è pubblicata anche una delle rare incursioni di Goccioli nel teatro con un'opera, “Los Fanaticos”, messa in scena a Cuba prima dell'avvento del regime castrista. In essa è descritta la sgomenta reazione di un personaggio, "fanatico" nelle proprie certezze, alla scoperta che un ragazzo che gli fa da segretario è omosessuale. E’ un sacerdote, in questo caso, a difendere il giovane e la legittimità della sua inclinazione. Si chiude così il cerchio aperto con “Il cielo e la terra”, dove proprio un sacerdote, con la sua incapacità di comprensione e la sua rigidità, aveva in pratica condannato a morte il giovane Alberto Ortognani. Nella pièce, il datore di lavoro si rivolge così al ragazzo: «Voglio farti una proposta. Ti propongo di non dirmi nulla del tuo passato, nemmeno una parola, che tu non mi dica nulla di quanto ti convinse a ricevere nella tua stanza questo giovane. Il passato è passato. Che tu riconosca con lealtà e va seppellito. Si può cambiare opinione rispetto a quanto si è scelto ma non si evita o rifiuta quello che è il nostro destino». Il datore di lavoro poi parla con il sacerdote: «E’ esaltato nel suo vizio, in una specie di fanatismo». «Lei crede davvero che rifiuti .per fanatismo? Probabilmente lui non vede nella sua natura la presenza di un vizio. Non ho nulla in mio favore, né santità, intelligenza, nessuna cultura, né una vita esemplare, non ho meriti. Ne ho, contro la sua intransigenza, il soccorso della mia religione perché la mia religione è a lei che dà ragione. Ho le mani vuote, vuota la testa così come l'anima ma senza dubbio ho una cosa: la mia possibilità, il mio diritto di invocare la misericordia, ho in mio favore la pratica della mia chiesa, pratica d'amore, anche se non ho in mio favore la sua teoria. Robert non si crede responsabile perché dice: "Non sono io che ho scelto. La mia non è una scelta, è un destino". E’ vero? E’ falso? Cosa sappiamo noi dell'uomo?»

L’itinerario di Coccioli è poi continuato con altre tappe, altre peregrinazioni di una maniacale appropriazione delle diverse adesioni religiose, conoscenze mai solo intellettuali, ma piuttosto rituali e devote nell'entusiasmo proprio ad ogni nuovo "fedele", quasi a testare personalmente quale di quelle vie potesse essere chiave privilegiata alla gioia. E l'amore che gli è proprio, quello di un uomo per un altro uomo, ritorna come una costante ineludibile lungo tutta la sua opera: nella rilettura della vicenda biblica di Davide e Gionata, negli accostamenti suggeriti dall'entusiasmo per la figura di Krishna e per la radicalità dei suoi devoti; nell'incontro sconvolgente con la compassione buddista ed oltre, con la religione attenta all'anima delle cose, oltre che delle creature, nella solidarietà del tutto (uomo animali piante cose mondo e cosmo) che scaturisce dall'amore.

Caddero inascoltate anche le pagine rapite di Pier Vittorio Tondelli in “Un weekend post moderno” (p. 48 1): «Quello che si ama nell'opera di Carlo Coccioli non è solo il tormento esistenziale di natura teologica dunque, ma anche lo stile di vita appartato, l'amore per gli umili e i reietti, l'assoluta fedeltà alle ragioni della propria ispirazione e della propria scrittura che altro non sono, poi, che la ricerca ossessiva di una risposta, mai definitiva, alle ragioni del Bene e, più ancora, del Male».

Nel 1998 e 1999, ospite in due lunghi soggiorni presso la casa di Coccioli a Città del Messico, ho potuto essergli segretario nella faticosa redazione di “Itinerario nel caos”, un lungo libro-testimonianza stampato in un limitato numero di copie non messe in commercio. Assistere alla composizione di questo profondo bilancio di un'intera esistenza è stata un'esperienza irripetibile. Selezionare gli articoli più significativi comparsi durante più di cinquant'anni nella stampa di tutto il mondo, datare le foto e riconoscere i volti degli amori e delle amicizie, scorrere ogni libro ed ogni traduzione. Ma, oltre a tutto ciò, chiuse ogni giorno le bozze del libro, vedere Coccioli occupato nel soccorso ai cani randagi della strada per farli scampare alla soppressione o nel trovare alloggio ai tanti giovani sbandati della megalopoli messicana: ecco l'opera letteraria, ecco la vita spesa nella ricerca e consumata nell'Amore: di un uomo per un altro uomo, di un uomo per coloro che sono piccoli ed indifesi, di un uomo per il divino.

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