25/11/1997 - Il Sole 24 ore - Roberto Escobar
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Amore e altre catastrofi
...D’altra parte, quest’amore ipotetico (ed eterosessuale) contrasta con l’amore attuale (e omosessuale) per la bella Danni...

Ventitré anni, cinquantamila dollari, diciassette giorni: questo è, in cifre, il primo lungometraggio di Emma-Kate Croghan. La quale, appunto, ha girato il suo film a soli ventitré anni, spendendo soli cinquantamila dollari e per un periodo di lavorazione sul set di soli diciassette giorni. Naturalmente, c’è chi ha fatto di meglio. Ingmar Bergman, per esempio, nel ’56 è stato costretto dalla produzione a girare Il settimo sigillo in due settimane (e ancora se ne duole). Per Lola Darling, nell’86 Spike Lee non usò che trentamila dollari della nonna, almeno secondo quello che egli stesso allora raccontava. Certo, ancora, Amore e altre catastrofi non lascia presagire che, nella pur brava Croghan, ci siano un futuro Bergman o un futuro Lee che attendono di manifestarsi. Questo non toglie, però, che la giovanissima australiana sia autrice sensibile e intelligente, attenta alla psicologia minuta dei sentimenti e decisa a raccontarla con eleganza d’immagini e di dialoghi (anche grazie alla cosceneggiatura di Helen Bendis e Yael Bergman). Come si conviene al film d’una esordiente innamorata del cinema, questa storia d’amori (al plurale) che viene da Melbourne è zeppa di riferimenti cinefili, cui s’aggiungono citazioni letterarie. Da Alfred Hitchcock a Jane Austen, da Woody Allen a Lewis Carroll, la Croghan cerca segnavia d’autore che però non le impediscono d’esprimersi con originalità. Allo stesso modo e quasi allo stesso scopo, i suoi personaggi amano e citano Incontriamoci a Saint Louis (Vincente Minnelli, 1944), Calamity Jane (in italiano Non sparare, baciami, David Butler, 1953), Toro scatenato (Martin Scorsese, 1980), La rosa purpurea del Cairo (Woody Allen, 1985), Pulp Fiction (Quentin Tarantino, 1994) e tanti altri titoli e autori. Nelle loro narrazioni, nel loro diverso intrecciarsi d’umanità e sogni, quel che cercano sono appunto segnavia per l’immaginario, progetti di vita, piccole e grandi mitologie biografiche su cui modellare il presente e il futuro. Nel campus in cui stanno i cinque protagonisti, infatti, i progetti di vita e le mitologie biografiche sono decisamente in crisi. Nonostante la cura burocratico-materna con cui sono seguiti dall’istituzione (assolutamente incomprensibile e fors’anche tendenzialmente fastidiosa per chi sia abituato alle università italiane), non ci sono certezze nella giornata di Mia, Alice, Danni, Ari e Michael. Soprattutto, non ci sono certezze di rapporti. La questione è posta con precisione puntigliosa da Ari che, nerovestito e triste come sembra convenirsi a un intellettuale di vent’anni, corregge Michael, studente di medicina e occasionale uditore d’una lezione di grammatica latina. Omnia vincit amor, gli obbietta, non significa che l’amore è vinto da ogni cosa, ma proprio il contrario: l’amore vince su ogni cosa. Se la filologia gli dà ragione, non è detto però che altrettanto faccia la vita. Ne dubita, certo, l’angosciata Mia, che per una lunga mattina e un lungo pomeriggio tenta d’arginare i guai che proprio la vita intesa come burocrazia universitaria minaccia di riversare addosso al suo progetto d’amore per Adrian, giovane docente che non sembra prenderla in grande considerazione. La quale, per altro, non ha le idee molto più chiare, indecisa com’è tra Mia e il nuovo amore per Savita. Quanto ad Alice, che sogna di stare con Ari, l’amore somiglia alla sua tesi su Doris Day: qualcosa che vorrebbe perfetto, e che proprio per questo non riesce a portare a termine. Quasi il contrario di quello che pensa Ari, appunto. Per lui, intellettuale per vocazione e gigolo nei ritagli di tempo, l’amore è una pratica, una tecnica dei sentimenti che si può imparare e, addirittura, insegnare. Ne sa qualcosa Michael, che da lui viene edotto sulla (pretesa) verità per la quale le donne sono attratte dagli uomini che sanno mostrarsi sicuri, corazzati: proprio come, purtroppo, non gli capita d’essere. Per 76 minuti la Croghan racconta questi cinque diversi punti di vista, facendo anche muovere attorno a essi gli altri studenti, di cui descrive sullo sfondo e per cenni gli amori e la vita, non sempre in conflitto tra loro. Dell’intrecciarsi di tutte queste biografie e progetti di futuro segue i fili con una leggerezza e una naturalità che sono probabilmente la qualità migliore del suo film, e che in ogni caso non sono usuali in una regista tanto giovane, per di più costretta a lavorare in tanta economia. Ed è qui che s’introduce una nota malinconica: non a proposito di Anne-Kate Croghan, ma a proposito di quei suoi coetanei italiani che, autori immaginari, certo troverebbero cinquantamila dollari di budget del tutto inadeguati al loro amore per il cinema.

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