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Stefania ci ripensa
Per aver affermato di sfuggita nelle vicinanze di un paio di giornalisti che prima o poi anche l’Italia dovrà rassegnarsi ad approvare una legge sulle coppie omosessuali, la ministro delle Pari opportunità del governo Berlusconi, Stefania Prestigiacomo, ha dovuto fare una penitenza. Anche se aveva subito smentito le proprie parole con regolare comunicato stampa, molti coinquilini della Casa delle libertà (sempre più ariosa come un carcere di massima sicurezza) hanno continuato a chiedere per settimane un gesto di dissociazione inequivocabile dalle richieste del movimento omosessuale. Così Stefania si è schiarita la voce e ha fatto il proprio dovere. L’8 marzo era Venezia per un dibattito sulla condizione delle donne nel mondo e ha colto l’occasione per mollare un ceffone alle rivendicazioni di pari opportunità di gay, lesbiche e trans. “Non amo i Gay Pride”, ha confidato ai cronisti, “e ritengo che queste dimostrazioni dell’orgoglio omosessuale siano probabilmente un errore perché ognuno è libero in questo Paese di vivere la propria sessualità e le proprie abitudini sessuali senza necessariamente portarle in piazza”. Poi, senza voler apparire ironica, ha precisato che “naturalmente bisogna essere aperti e tolleranti” e si è detta disponibile a una discussione sui diritti degli omosessuali, purché limitata alle cose “possibili”. Quali siano queste cose non l’ha spiegato, ma in compenso ha chiarito che ci sono “altre cose che ritengo impossibili, come il riconoscimento per le coppie omosessuali del diritto di adottare dei figli, oppure di sposarsi o di vivere una situazione di coppia di fatto equiparata al matrimonio. Queste sono cose impossibili, o quantomeno non fanno parte della linea di questo governo”. A questo punto il mistero sulle riforme “possibili” si infittisce, anche se dalle parti del Polo se ne parla spesso. Qualcuno ha teorizzato ad esempio per gli omosessuali ai tempi della destra il diritto “a essere lasciati in pace” (ovvero “se state buoni non vi meniamo”), mentre il senatore di An Riccardo Pedrizzi ha autorevolmente sostenuto, a commento delle dichiarazioni di Stefania Prestigiacomo, che i problemi che riguardano i gay possono “essere risolti da istituti già esistenti all’interno dell’ordinamento giuridico italiano, senza alcun bisogno di inventarsi nuove leggi e nuove forme di riconoscimento”. Forse stava pensando agli istituti di pena.
Gusto leghista Un maschione biondo e a petto nudo che stringe virilmente l’asta di una bandiera. Questa immagine, scelta come simbolo del congresso della Lega Nord e realizzata in uno stile a metà strada tra il realismo socialista e il manga padano (vedi foto), ha fatto sobbalzare il presidente onorario di Arcigay Franco Grillini, secondo il quale l’icona leghista “sconfina nella rappresentazione di un modello palesemente omosessuale”. L’involontario segnale di disgelo ha spinto Grillini a scrivere una lettera aperta a Umberto Bossi per invitare la Lega ad abbandonare “i toni sessuofobici e omofobici che hanno caratterizzato la posizione del movimento negli ultimi mesi. Quanti voti vi hanno portato”, prosegue la lettera, “il familismo, la sessuofobia, l’omofobia? Talmente pochi che non siete nemmeno riusciti a superare la fatidica soglia del 4%. Ciò vuol dire che non solo queste posizioni sono sbagliate, ma che non pagano nemmeno sul terreno elettorale”. A proposito del maschione biondo, un dirigente leghista ha risposto a Grillini che noi gay pensiamo solo a “quello”. Non è un po’ ingeneroso verso se stesso, visto che milita in un partito che rivendica continuamente (rivedi foto) di avercelo duro?
Allarme a Padova Con l’approssimarsi del Pride dell’8 giugno si sono intensificate le azioni intimidatorie ad opera di “ignoti” nei confronti dei gruppi omosessuali padovani. Il circolo Arcigay Tralaltro, tra la fine di febbraio e i primi di marzo, è stato oggetto di due visite notturne poco amichevoli. La prima ha lasciato come tracce alcune scritte a caratteri cubitali sulla saracinesca del circolo (“Froci di merda” e “Rotti in culo”) e un tentativo di effrazione. La seconda si è svolta all’interno della sede, che è stata messa completamente a soqquadro: armadi e cassetti sono stati forzati e il loro contenuto è finito sul pavimento, mentre gli oggetti che avrebbero potuto risultare appetibili per dei ladri (contanti e computer) non sono stati toccati. Il 4 marzo, giorno successivo alla devastazione del circolo Tralaltro, il responsabile del gruppo “Fuori! Lib.Id.O.S.” di Padova, Carlo Manera, ha denunciato un altro grave episodio. Manera, che conduce una trasmissione gay in una radio locale, ha ricevuto in diretta telefonate di minacce. Ecco un brano scelto della registrazione: “L’Italia ha bisogno di figli e non di omosessuali. Rotti in culo. Pedofili di merda. Guardati alle spalle quando giri per Padova, perché le Brigate Nere vi vedono, vi sentono e vi puniscono”. Due giorni dopo è stato recapitato alla radio un volantino redatto più o meno con lo stesso stile, consegnato alla Digos insieme alla cassetta audio con le telefonate.
A colpi d’ascia Si chiamava Arnaldo Iodice, aveva 53 anni e faceva il restauratore di mobili antichi. A metà marzo l’hanno trovato sepolto in una buca scavata nel giardino della sua casa di Sezze Romano, in provincia di Latina, con un sacco dell’immondizia come bara. Un amico che non aveva sue notizie da dieci giorni era andato a cercarlo a casa e ha scoperto quello che era successo notando un braccio che sporgeva dal terreno. Secondo la ricostruzione pubblicata dai giornali, è stato ucciso in casa con diversi colpi inferti da una piccola ascia. Iodice, anche se è morto fuori città, si può aggiungere alla lista degli omosessuali “misteriosamente” ammazzati a Roma. Proprio a Roma era stato ucciso, nell’agosto dell’anno scorso, Francesco Mercanti, detto “il monsignore”, ennesima vittima di questa bruttissima catena di Sant’Antonio. Ed era stato proprio Arnaldo Iodice, suo caro amico, a trovare il cadavere e a dare l’allarme. Le indagini procedono nel solito “ambiente degli omosessuali”, mentre l’Arcigay invoca meno etichette sbagliate e più fatti contro il ripetersi di questi atti di barbarie. L’associazione si è rivolta in particolare al questore di Roma, al sindaco Veltroni e al ministro dell’Interno per l’elaborazione di un progetto di prevenzione che potrà senz’altro contare sulla collaborazione dei gruppi gay. Goletta gay È una nave virtuale la Goletta gay sguinzagliata via Internet dal portale Gay.it per misurare il grado di vivibilità, dal nostro punto di vista, delle città italiane. E novemila sono stati i “passeggeri” che hanno accettato di rispondere al questionario da cui è emersa la classifica finale. Le città italiane più vivibili per gli omosessuali, secondo i risultati del sondaggio, sono Bologna, Firenze e Pisa, seguite nell’ordine da Milano, Roma e Torino. Arrivano ultime, invece, tre città del sud: Trapani, Potenza e Matera. Ciascuna degli otto criteri di “misurazione” utilizzati nel questionario ha prodotto poi classifiche parziali, in base alle quali Trieste è la capitale del coming out (ultima Aosta), Milano è la città dove è più facile trovare amici gay o lesbiche (ultime Avellino e Benevento), Ravenna detiene il record della tolleranza (Foggia quello dell’intolleranza), Pesaro e Urbino sono prime per le politiche della salute (ultima Vercelli). Bologna fa comunque la parte del leone, aggiudicandosi ben quattro record: per la socialità, la vivibilità in generale, la presenza di associazioni e il rapporto con le amministrazioni locali. In queste categorie la maglia nera se la aggiudicano, rispettivamente, La Spezia, Foggia, Frosinone e ancora Frosinone. La classifica per regioni favorisce una volta di più l’Italia centrale (Emilia Romagna, Lazio e Toscana) e penalizza quella meridionale (Puglia, Calabria e Basilicata). Un’ eccezione positiva è Catania, prima città del sud con il dodicesimo posto. L’inchiesta di Gay.it ha avuto un certo rilievo sulla carta stampata ed è interessante notare che sulle pagine dei quotidiani di alcune città tra quelle messe all’indice dal sondaggio (per esempio Foggia e Vercelli) sono comparsi articoli poco fieri dell’omofobia locale. C’è tempo sempre tempo per rimediare: le classifiche non finiscono mai.
Don Vitaliano sfrattato Non c’è pace per don Vitaliano della Sala, il parroco di Sant’Angelo a Scala (Avellino) vicino al movimento “no global” e amico de gay. Ultimamente aveva aperto la sua chiesa ai femminielli scacciati dall’Abbazia di Montevergine proprio dal suo vescovo, monsignor Tarcisio Nazzaro, per moralizzare i ritti di devozione alla Madonna (vedi “Pride” di marzo). Monsignor Nazzaro, che già in passato non è mai stato avaro di provvedimenti disciplinari nei confronti del prete scomodo, ha deciso poco tempo dopo di sollevarlo dall’incarico e di allontanarlo dai suoi parrocchiani. Ma don Vitaliano, che è un grande combattente, si è rivolto al gregge durante l’omelia domenicale e ha ottenuto il generoso sostegno di tutto il paese alla sua intenzione di resistere al licenziamento. Il consiglio comunale di Sant’Angelo a Scala ha anche approvato all’unanimità un documento che esorta il vescovo “a valutare non solo le esternazioni pubbliche di don Vitaliano, ma anche ciò che lui rappresenta per la comunità. In questi dieci anni egli è stato, ed è tuttora, un costante punto di riferimento basilare non solo per i fedeli, ma anche per tanti giovani lontani dalla fede che hanno trovato in don Vitaliano un attento interlocutore”. Il vescovo, nel frattempo, ha invitato tutte le parrocchie della diocesi a non appoggiare il ribelle.
Chi l’ha vista? Massimo Consoli, decano del movimento gay, ha lanciato un appello per dare soccorso a Maria Silvia Spolato, che fu all’inizio degli anni ’70 una delle pionere della liberazione omosessuale in Italia. Poi (come tanti) scomparve, anche a causa di problemi personali che l’hanno ridotta, secondo quanto riferisce Consoli, in uno stato di estrema povertà. Per poterla aiutare, però, bisogna prima trovarla. “Recentemente”, scrive Consoli, “mi sono giunte voci che possa trovarsi a Firenze o in qualche altra città del centronord o in una comunità. Oggi il movimento gay ha raggiunto un grado di organizzazione e consapevolezza impensabili nel 1971. Io sono convinto che tra gli scopi di un movimento politico come è stato ed è il movimento glbt, ci debba essere anche un’espressione tangibile di solidarietà verso i suoi membri in condizioni di disagio, soprattutto verso quegli elementi che hanno sacrificato una parte della loro vita, del loro tempo e del loro lavoro proprio per costruire quello stesso movimento. Credo che un circolo, o più di uno o tutti quanti insieme, debbano assumersi il compito di pensare a questa sorta di nostra ‘madre della patria’ glbt”. L’intenzione è buona. Chi la raccoglie?
Offese in tribunale Un piccolo episodio di cronaca giudiziaria successo ad Ancona serve a dare un’idea di quanto la legge sia poco neutra nei confronti degli omosessuali. Un imprenditore di Osimo è stato condannato a una multa di 200 euro e a un risarcimento di 1.500 per aver sostenuto che l’attuale compagno della sua ex moglie è gay, allo scopo di ottenere l’affidamento dei figli. L’interessato si è sentito offeso e lo ha querelato per diffamazione. Già può far masticare amaro il fatto che ancora ci si rivolga al giudice per lavare un’onta di questo genere, ma il problema è che dimostrare di non essere gay è fondamentale quando c’è di mezzo l’affidamento di minori. La difesa ha sostenuto infatti che la frequentazione di un “ambiente omosessuale” sarebbe stata un pericolo per l’educazione dei figli del querelato. Il giudice le ha dato torto solo perché ha deciso che nella vicenda non c’entrava l’omosessualità, ma solo la gelosia di un ex marito.
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