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Scandali processi e retate.L'Omosessualità irrompe sulla scena pubblica dei Paesi a maggioranza islamica perla più sotto forma di cronaca giudiziaria. Ma questo dimostra che la lunga marcia verso la visibilità è cominciata. La "Queen Boat" è una discoteca galleggiante attraccata sulle rive del Nilo in uno dei quartieri bene del Cairo. In Europa la definiremmo una discoteca gay, o perlomeno gay friendly. In Egitto è meglio andarci piano con certe parole. Ma anche senza etichette ufficiali la clientela della "Queen Boat" ha più volte attirato le attenzioni dei guardiani della pubblica morale e giustificato interventi della polizia per riportare la situazione "sotto controllo". L'operazione effettuata nella notte tra il 10 e l'li maggio scorsi, comunque, non è stata di quelle di routine. Verso le due del mattino una decina di agenti in borghese è entrata nel locale e dopo qualche minuto di perlustrazione ha cominciato ad ammanettare i presenti scortandoli su alcuni furgoni parcheggiati all'esterno. Non tutti: solo quelli di sesso maschile e di nazionalità egiziana. A diversi cittadini stranieri e a quattro donne egiziane che si trovavano sul battello in quel momento è stata risparmiata la gita in galera. A raid ultimato i furgoni della polizia sono ripartiti con un carico di decine di persone diretto in carcere. Altri arresti sono seguiti a distanza di poche ore, fino ad arrivare a un totale di 52. Da qui ha preso il via uno degli scandali più rumorosi che l'Egitto ricordi negli ultimi anni. La stampa, opportunamente stimolata dai rapporti delle autorità competenti, ha dato fiato alle trombe, spargendo fiumi d'inchiostro su una vicenda che si è ingigantita fino ad assumere le dimensioni di un complotto internazionale ai danni dei buoni costumi degli egiziani per bene. I "colpevoli" sono stati messi alla gogna, con tanto di foto, nomi, cognomi e indirizzi pubblicati su alcuni giornali, dai quali si scopre che tutti gli arrestati appartengono alla fascia più occidentalizzata della borghesia egiziana: professori universitari, medici, avvocati, operatori turistici. I reati dei, quali sono accusati non riguardano però il semplice fatto di essere gay essendo l'Egitto uno dei pochissimi Paesi islamici che non fa cenno all'omosessualità in quanto tale nel codice penale. In mancanza di questo specifico reato sono finiti sotto processo per oltraggio alla religione e comportamento immorale, punibili rispettivamentecon la reclusione fino a cinque e tre anni. L'inchiesta giudiziaria si basa sul suggestivo presupposto che tutte le persone incarcerate appartengano all"'Agenzia dei soldati di Dio", una setta satanica dedita a vari rituali malefici, tra cui figurano anche l'amore di gruppo e il matrimonio omosessuale, e per giunta collegabile a un complotto antiarabo ordito in Israele. Secondo le fantasiose ricostruzioni fornite ai mezzi di informazione e attribuite alle confessioni rese volontariamente" dagli imputati, la setta troverebbe i suoi numi tutelari nel "popolo di Lot" (gli abitanti della mitica città di Sodoma distrutta dall'ira divina nel racconto biblico accolto anche dalla tradizione islamica) e in Abu Nuwas, un raffinato poeta vissuto tredici secoli fa alla corte dei califfi Abbasidi che dedicò liriche d'amore ai ragazzi. Gli adepti farebbero anche riferimento a perverse idee importate dall'Occidente, come quelle sulle libertà individuali e i diritti degli omosessuali, e cercherebbero in tutti i modi di diffondere il loro credo nelle università, nelle scuole, nei luoghi di ritrovo giovanili e attraverso Internet. Non per niente il presunto capo dell'organizzazione è un trentaduenne esperto di computer, Sherif Marei, che avrebbe peraltro confessato di essere stato ispirato da un sogno profetico riguardante un giovane messia kurdo scomparso nel sud del Libano alcuni anni fa e pronto a riapparire nel 2011 per vendi- carsi dei nemici del suo culto misterioso. Con questo sontuoso sfondo il processo si è aperto il 18 luglio scorso ed è ancora in corso al momento in cui scriviamo. Le prime sedute hanno fatto registrare le furibonde proteste delle famiglie degli accusati, che hanno negato tanto l'omosessualità quanto l'appartenenza dei loro congiunti alla sbarra a sette religiose, denunciando pestaggi e torture avvenuti nel corso degli interrogatori in carcere. Anche i diretti interessati, per inciso, hanno rifiutato l'etichetta di omosessuali e protestato la propria innocenza raccontando di essersi trovati per caso nella discoteca in cui è avvenuta la retata del 10 maggio odi essere stati coinvolti nella vicenda per un errore di persona. Le cronache dell'evento hanno fatto letteralmente il giro del mondo e provocato la mobilitazione di gruppi gay e organizzazioni umanitarie internazionali, con manifestazioni di protesta davanti ad ambasciate e uffici turistici egiziani all'estero. Sono partite anche campagne via Internet per chiedere la liberazione dei cinquantadue arrestati e per boicottare il turismo omosessuale in Egitto. Ma l'aria che tira al Cairo, nonostante il danno d'immagine presso l'opinione pubblica mondiale, è ben diversa, lì processo appassiona il pubblico e suscita ondate di indignazione popolare contro gli imputati e contro lo stile di vita occidentale che diffonde la corruzione morale. E c'è non poco da stupirsi, dal momento che tutti i gay che sono stati almeno una volta in Egitto sanno benissimo che le pratiche omosessuali non sono una rarità da quelle parti, e tantomeno un genere di importazione. Allora come mai tanto clamore e tanto accanimento contro gli omosessuali proprio ora? I motivi possono essere diversi. C'è chi fa notare che non c'è niente di meglio di un bello scandalo con contorno di sesso e riti magici per far dimenticare alla gente la crisi economica in atto e le difficoltà legate al conflitto arabo-israeliano. C'è poi chi fa presente, citando diverse vicende giudiziarie degli ultimi tempi, che il governo egiziano si trova nella necessità di promuovere campagne moralizzatrici per non scontentare il fondamentalismo islamico, sempre popolare e pericoloso a livello politico. Ma questi argomenti non bastano ancora, da soli, a spiegare perché si sia rotto in modo drammatico un secolare equilibrio culturale all'interno del quale l'omosessualità era qualcosa di non ammesso apertamente ma ampiamente praticato (e nemmeno troppo di nascosto). La ragione specifica è l'emergere dell'identità gay - questa si effettivamente di importazione occidentale - che per quanto ancora timida si propone come qualcosa di radicalmente alternativo a un costume tradizionale basato sull'ambiguità e sul non detto. Un'identità che mira e rendersi visibile e magari anche a sostenere che le persone possono legittimamente scegliere per sé un destino differente da quello previsto dai canoni (il matrimonio eterosessuale come unica strada praticabile alla luce del sole). In Egitto, come del resto accade in altri Paesi islamici dell'Africa e dell'Asia, si sta (o si stava) per l'appunto formando un embrione di comunità gay con propri punti di riferimento e implicite rivendicazioni di riconoscimento. Lo dimostrano, oltre al caso della "Queen Boat", altri recenti episodi che hanno giustificato interventi repressivi, come le retate via Internet ai danni di"insospettabili" professionisti colpevoli di navigare in acque troppo licenziose per i responsabili della censura. E lo dimostra l'esistenza di persone che, sia pure clandestinamente, cercanodi prendere la parola per opporsi alle persecuzioni di questo periodo. Alcuni gay egiziani si sono fatti intervistare, sotto falso nome, da giornali europei per raccontare quanto sia difficile la loro situazione. Altri hanno inviato messaggi all'estero per ottenere solidarietà e per chiedere che si parli il più possibile di quanto sta succedendo nel loro Paese. Sono tutti segni, per quanto piccoli, del fatto che la sfida alla tradizione è cominciata, continuerà e sarà sempre più difficile fermarla in un mondo in cui la comunicazione è un'arma potente ed è già oggi una realtà globale. Non meno sconcertanti delle notizie che arrivano dall'Egitto possono suonare alcune informazioni che arrivano dal Marocco, altro storico paradiso del turismo omosessuale. Anche da qui, dove peraltro l'omosessualità è punibile, si segnalano inedite attenzioni da parte della polizia nei confronti della vita gay. Anas E., corrispondente della rivista online "Kelmaghreb", segnala una campagna poliziesca contro prostituzione e omosessualità che ha seminato il panico nell'ambiente gay di Casablanca, la maggiore città del Marocco. La scorsa primavera i luoghi di incontro all'aperto più frequentati della città sono stati "ripuliti" a diverse riprese nelle ore notturne e un centinaio di persone è stato condannato a pene tra i tre e i sei mesi per "perversione sessuale". "Di colpo", scrive Anas B., "i luoghi considerati gay-friendly sono stati disertati da una popolazione gay che prima era gioiosa, spensierata e insolente". Una piccola statistica pubblicata da un quotidiano locale conferma che, rispetto all'anno scorso, c'è stato un notevole aumento degli arresti per devianza sessuale a Casablanca: nei primi tre mesi del 2000 ne erano stati registrati 13, mentre nello stesso periodo del 2001 la quota è salita a 88. Si tratta di operazioni di polizia relativamente di routine, che si ripetono ogniqualvolta la scena ga diventa un po troppo rumorosa a parere dei tutori dell'ordine pubblico, o quando scoppia qualche scandalo difficile da tenere sotto controllo. Una decina di anni fa, l'omicidio di un influente membro della comunità ebraica marocchina, noto come omosessuale, provocò un'ondata di arresti. Poco tempo dopo, un servizio giornalistico sull'omosessualità a Marrakesh ottenne lo stesso effetto. Ma Anas B. non sembra perdersi d'animo: "Ci adattiamo a tutto, ci organizziamo, resistiamo! Se i luoghi di incontro classici sono momentaneamente deserti, i cybercafé conoscono per contro un affluenza record. Non c'è mai stata tanta gente su Cybermen il sito preferito dai gay marocchini per cercare contatti. E i treni in partenza per Marrakesh il venerdì sera sono molto colorati, le vie, i bar e le discoteche della città rossa sono sempre più invasi durante il weekend da orde di casablanchesi in cerca di libertà, di tolleranza e di qualche bel ragazzo del posto". Indietro, insomma, non si torna, anche se le testimonianze vissute che filtrano su riviste e siti Internet gay europei e americani dal Marocco, dalla Tunisia, dall'Egitto o dal Libano sono spesso sconsolate e parlano di solitudine e di mancanza di prospettive. Un esempio? "Sono arabo e omosessuale! Sembra una contraddizione intermini ed è la fonte della mia sofferenza che sono condannato a subire in silenzio; un silenzio atroce, crudele (… Cari gay europei, vi invidio e saluto la vostra lotta per far valere il vostro diritto alla vita nella differenza; la vostra battaglia è giusta e sono convinto che vincerete. Buon prosegmamento e non dimenticate soprattutto di pensare a noi gay di un altro mondo che proibisce e condanna la diversità. Pensate a noi, è questo forse il nostro solo conforto". Persino questo genere di sconsolati messaggi nella bottiglia, comunque, dimostra che qualcosa si muove. D'altro canto ci sono Paesi islamici dove le cose vanno molto peggio che in Nordafrica. Nel famigerato Afghanistan dei Talebani, nell'Arabia Saudita dove l'omosessualità si "cura" ancora con la galera e con migliaia di frustate da somministrarsi ogni quindici giorni in razioni da cinquanta alla volta, nell'Algeria ancora soffocata dal confronto tra la dittatura militare e il fondamentalismo islamico. Però, anche dove meno ce lo si aspetterebbe può verificarsi qualche piacevole sorpresa. Come quella dello scorso aprile a Dubai, negli Emirati Arabi, dove centinaia di persone si sono accalcate fuori da un locale notturno per partecipare a una serata all'insegna del travestitismo e del coming out. Le autorità hanno prontamente chiuso il locale prima che lo scempio avesse luogo, ma troppo tardi: il tabù era già stato rotto.
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