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CULTURA

 
PRESENTAZIONE - Le finalità e l'organizzazzione del gruppo
CULTURA E ASSOCIAZIONISMO. Un intervento del responsabile del Gruppo Cultura.
TITOLI degli incontri fatti nel 2002
TITOLI degli incontri fatti nel 2001

 

 

 

 

 

 

CULTURA E ASSOCIAZIONISMO

 


Che ruolo deve avere la cultura in una associazione?
Che ruolo sociale deve avere una associazione per adempiere al proprio compito?
In che modo cultura e associazionismo debbono intersecarsi per poter rivendicare efficacemente?

Sono queste alcune delle domande che ci poniamo frequentemente, e nella loro risposta sta forse la reale efficacia del nostro operato.
Le associazioni quindi, che ruolo devono avere?
Tutti noi sappiamo l’utilità dell’esistenza delle varie associazioni. Tutti sappiamo che costituiscono la base strutturale del processo rivendicativo. Tutti noi pensiamo che siano una necessità imprescindibile.
Ma come devono operare? Con che dinamica?
Debbono essere entità politiche/sindacali che salvaguardano i nostri diritti? Oppure….
Si apre a questo punto una problematica cruciale per capire il reale significato che l’operare secondo alcuni canoni può comportare.
Il fatto che una associazione esista, non necessariamente deve essere considerata positivamente. Di per se stessa infatti, il suo esistere può costituire un fatto potenzialmente negativo: conferma l’esistenza del problema.
Se questa deduzione può apparire banale e poco importante, meno intuitiva e più importante è la deduzione secondo cui rivendicare attraverso una associazione può di fatto essere motivo di consolidazione per una discriminazione.
Creare una associazione vuol dire dare organizzazione strutturale ad un processo discriminativo. Vuol dire dare corpo ad una entità che fino ad allora era solo un entità comportamentale. Vuol dire proteggerci con un muro che di fatto consolida la separazione.
Di fatto, quindi, si da corpo strutturale alla discriminazione.
Eliminarle quindi?
E se si, con che cosa sostituirle allora?
No, serve solo togliere alle associazioni il compito di rivendicare in prima persona, come se loro fossero l’incarnazione e quindi la consacrazione dell’essere discriminato.
Bisogna dare alle associazioni un compito diverso. Un compito che non esacerbi una discriminazione, ma che, in una volontà di superamento anche profondo, non gli dia neanche collocazione transitoria nei nostri pensieri.
A questo punto voci di disappunto sicuramente si alzeranno a dire ”li salvaguardi tu i nostri diritti? E con che cosa?”
Ma cercare di salvaguardare i nostri diritti facendoli scrivere con nuove leggi in un popolo che nella propria coscienza ha ancora la discriminazione, serve forse a ben poco.
Si è sicuramente ottenuto qualcosa. Si sono ottenute cose potenzialmente importanti, ma non si è tolto il germe reale della discriminazione.
E questo, e cioè il reale ottenimento delle nostre volontà, lo si può ottenere solo partendo da un approccio politico/rivendicativo diverso: vivere. Fare politica attraverso l’atto costitutivo del vivere. Vivere liberandoci da quei vincoli strutturali che soffocano i nostri desideri e volontà. Vincoli che per potersi perpetuare, debbono basarsi sulla sopraffazione e sulla discriminazione.
Vivere in accordo con i nostri sentimenti e bisogni profondi, vuol dire essere esempio politico e civile di libertà. Vivere una vita che è intrinsecamente libera perché risponde solamente a se stessa e ai propri bisogni.

Scrivere la nostra cultura attraverso la quotidianità del nostro vivere liberi, rappresenta allora il vero strumento del nostro operare. Un operare che non è un rivendicare, ma un essere. Un processo culturale che porti alla nascita di individui liberi intrinsecamente, ripuliti da tutte quelle sovrastrutture che gli impediscono di essere in sintonia con il proprio corpo, con il proprio bisogno di vita. Liberati da quelle strutture che per esistere debbono basarsi sulla violenza, sulla discriminazione, sul soffocamento dell’anima e dei bisogni.
Vivere, essere esempio di vita, in cui sentimenti, affettività e bisogni siano liberi, rappresenta quindi il sistema migliore per rivendicare. Di fatto non si rivendica: ci si trova liberi. Ed è diverso.
Cultura è quindi strumento con cui noi cerchiamo di aiutare la nostra vita a vivere. A capirsi. A liberarsi.
Le associazioni appaiono quindi come sedi “associative” in cui si scrivono le pagine di vita che si libera dei vincoli e degli schemi discriminativi che la condizionano. Vita che diventa esempio e modello di vita per tutti. Esempio e modello politico.
Vita, cultura e associazione trovano così una logica comune: quella di costruire una società di individui intrinsecamente liberi. Dove la libertà parte dal nostro interno e non è viceversa un qualcosa che viene messo sopra una vita intrinsecamente non libera.

E tutto questo per vivere, intrinsecamente liberi e indiscriminati.

E si capisce allora il perché delle nostre serate dedicate al cinema, alle cene, alle discussioni, al…. niente…insomma, a tutto ciò che comunque fa parte, riempie e scrive la nostra vita.

Fabio Pellegatta

 


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