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Che ruolo deve avere la cultura in una associazione?
Che ruolo sociale deve avere una associazione per adempiere
al proprio compito?
In che modo cultura e associazionismo debbono intersecarsi
per poter rivendicare efficacemente?
Sono queste alcune delle domande che ci poniamo frequentemente,
e nella loro risposta sta forse la reale efficacia del nostro
operato.
Le associazioni quindi, che ruolo devono avere?
Tutti noi sappiamo l’utilità dell’esistenza
delle varie associazioni. Tutti sappiamo che costituiscono
la base strutturale del processo rivendicativo. Tutti noi
pensiamo che siano una necessità imprescindibile.
Ma come devono operare? Con che dinamica?
Debbono essere entità politiche/sindacali che salvaguardano
i nostri diritti? Oppure….
Si apre a questo punto una problematica cruciale per capire
il reale significato che l’operare secondo alcuni canoni
può comportare.
Il fatto che una associazione esista, non necessariamente
deve essere considerata positivamente. Di per se stessa infatti,
il suo esistere può costituire un fatto potenzialmente
negativo: conferma l’esistenza del problema.
Se questa deduzione può apparire banale e poco importante,
meno intuitiva e più importante è la deduzione
secondo cui rivendicare attraverso una associazione può
di fatto essere motivo di consolidazione per una discriminazione.
Creare una associazione vuol dire dare organizzazione strutturale
ad un processo discriminativo. Vuol dire dare corpo ad una
entità che fino ad allora era solo un entità
comportamentale. Vuol dire proteggerci con un muro che di
fatto consolida la separazione.
Di fatto, quindi, si da corpo strutturale alla discriminazione.
Eliminarle quindi?
E se si, con che cosa sostituirle allora?
No, serve solo togliere alle associazioni il compito di rivendicare
in prima persona, come se loro fossero l’incarnazione
e quindi la consacrazione dell’essere discriminato.
Bisogna dare alle associazioni un compito diverso. Un compito
che non esacerbi una discriminazione, ma che, in una volontà
di superamento anche profondo, non gli dia neanche collocazione
transitoria nei nostri pensieri.
A questo punto voci di disappunto sicuramente si alzeranno
a dire ”li salvaguardi tu i nostri diritti? E con che
cosa?”
Ma cercare di salvaguardare i nostri diritti facendoli scrivere
con nuove leggi in un popolo che nella propria coscienza ha
ancora la discriminazione, serve forse a ben poco.
Si è sicuramente ottenuto qualcosa. Si sono ottenute
cose potenzialmente importanti, ma non si è tolto il
germe reale della discriminazione.
E questo, e cioè il reale ottenimento delle nostre
volontà, lo si può ottenere solo partendo da
un approccio politico/rivendicativo diverso: vivere. Fare
politica attraverso l’atto costitutivo del vivere. Vivere
liberandoci da quei vincoli strutturali che soffocano i nostri
desideri e volontà. Vincoli che per potersi perpetuare,
debbono basarsi sulla sopraffazione e sulla discriminazione.
Vivere in accordo con i nostri sentimenti e bisogni profondi,
vuol dire essere esempio politico e civile di libertà.
Vivere una vita che è intrinsecamente libera perché
risponde solamente a se stessa e ai propri bisogni.
Scrivere la nostra cultura attraverso la quotidianità
del nostro vivere liberi, rappresenta allora il vero strumento
del nostro operare. Un operare che non è un rivendicare,
ma un essere. Un processo culturale che porti alla nascita
di individui liberi intrinsecamente, ripuliti da tutte quelle
sovrastrutture che gli impediscono di essere in sintonia con
il proprio corpo, con il proprio bisogno di vita. Liberati
da quelle strutture che per esistere debbono basarsi sulla
violenza, sulla discriminazione, sul soffocamento dell’anima
e dei bisogni.
Vivere, essere esempio di vita, in cui sentimenti, affettività
e bisogni siano liberi, rappresenta quindi il sistema migliore
per rivendicare. Di fatto non si rivendica: ci si trova liberi.
Ed è diverso.
Cultura è quindi strumento con cui noi cerchiamo di
aiutare la nostra vita a vivere. A capirsi. A liberarsi.
Le associazioni appaiono quindi come sedi “associative”
in cui si scrivono le pagine di vita che si libera dei vincoli
e degli schemi discriminativi che la condizionano. Vita che
diventa esempio e modello di vita per tutti. Esempio e modello
politico.
Vita, cultura e associazione trovano così una logica
comune: quella di costruire una società di individui
intrinsecamente liberi. Dove la libertà parte dal nostro
interno e non è viceversa un qualcosa che viene messo
sopra una vita intrinsecamente non libera.
E tutto questo per vivere, intrinsecamente liberi e indiscriminati.
E si capisce allora il perché delle nostre serate
dedicate al cinema, alle cene, alle discussioni, al….
niente…insomma, a tutto ciò che comunque fa parte,
riempie e scrive la nostra vita.
Fabio Pellegatta
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