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DIBATTITO SU GAY.IT E IL BANNER DI BERLUSCONI
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Giorgio Lando - Pisa da Queer-it Da un contesto di sostanziale estraneità - per ragioni anagrafiche e personali - ai sottintesi personali e "storici" che vi erano inclusi, ammetto di non aver compreso le ragioni e l'importanza dell'acceso dibattito suscitato dall'apparizione nel portale Gay.it di qualche banner di Forza Italia. Mi ha in particolare indotto a meditare il fatto che tale dibattito sia parso implicare una durezza di toni e una vivacità di argomentazione che faceva viceversa difetto in coloro che scrivevano per illustrare e giustificare le proprie scelte elettorali. Pur in tanto visibile impegno, non ho scorto alcuna trattazione dell'argomento che sapesse operare quelle che a me paiono le giuste distinzioni. Pare scoprirsi con sorpresa che Gay.it è un'azienda ed accoglie pubblicità a scopo di profitto e non perché crede nella bontà del prodotto che pubblicizza, quasi in precedenza i banner dei centri di depilazione e dei costumi da bagno presumessero una qualche consonanza di tali prodotti coi principi delle associazioni che sono ospitate nel portale. Alcune di queste associazioni, se ho ben capito, meditano di abbandonare lo spazio loro offerto per non esser contaminate dalla prossimità dell'odiato simbolo: la loro esosità pare illimitata, dal momento che, non paghe dello spazio loro offerto senza oneri o vincoli sui contenuti, pretendono di dettar legge anche fuori del loro spazio. Lo stesso responsabile del portale, Alessio De Giorgi, cade nella medesima carenza di discernimento e passa senza soluzione di continuità dalla giustificazione aziendale della sua scelta ad un'illustrazione della non-omofobia di Forza Italia: ma che cosa c'entra? Esiste un qualsiasi giornale italiano che rifiuterebbe uno spazio a pagamento a una forza politica? Lungi dall'accadere, questo è - per la carta stampata - vietato dalla legge. "Il Manifesto", quotidiano comunista, si accerta forse che chi compra le sue pagine destinate alla pubblicità non sia anticomunista o non creda addirittura che i comunisti mangiano i bambini? Molto semplicemente, ogni prodotto giornalistico - anche telematico - per finanziarsi e perseguire i suoi obiettivi informativi coerentemente alle esigenze di profitto dell'editore RINUNCIA ad esercitare un controllo di qualità ed obiettività su una parte del proprio spazio (la "pubblicità") e la vende secondo logiche di mercato; l'effettiva natura ingannevole o sgradita al lettore di ciò che in questo spazio compare non è da addebitarsi al responsabile del prodotto giornalistico ed ogni lettore od utente avveduto se ne rende immediatamente conto. Troverei quindi vergognoso se il responsabile di Gay.it rifiutasse per ragioni politiche di vendere i suoi spazi a pagamento a un qualsivoglia soggetto economico o politico. Egli, come nessuno di coloro che collaborano al portale o vi sono ospitati, dovrebbe sentirsi coinvolto dai contenuti degli spazi pubblicitari, perché l'unico dovere di chi gestisce il portale è vendere tali spazi secondo logiche di mercato, cercando di trarne mezzi per rendere migliore la parte che invece gli compete. Si dovrebbe invece osservare con soddisfazione che il mercato produce talora frutti politicamente positivi: è ad esempio indubbio che la coincidenza di ESIGENZE DI PROFITTO e VOLONTA' POLITICA porta Gay.it ad ospitare nelle sue pagine tante associazioni di tendenze politiche disparate, perché in tal modo meglio cattura l'attenzione del pubblico GLBT che costituisce il suo target. Non sono rari i casi in cui un'azienda giotrnalistica, per confezionare un prodotto di successo, è indotta dal mercato stesso ad offrire spazio e libertà di espressione anche a chi NON E' mosso da logiche di profitto. Chi appunto non è mosso da tali logiche dovrebbe avere a cuore il successo dell'azienda che gli offfre libero spazio e non ritirarsi sdegnoso da ogni contaminazione: dovrebbe sapere bene che lo spazio, i mezzi, la visibilità che per questa via gli vengono offerti sono ben maggiori di quelli che egli potrebbe ottenere stando fuori dal mercato. Posto che non si capisce perché un gay di sinistra dovrebbe sentirsi offeso dal banner di Forza Italia più di quanto un peloso orsetto si senta da quello di Epil Specialist, viene comunque da interrogarsi antropologicamente sulle ragioni per cui invece un dibattito così inutile si accende: e viene spontaneo notare una consonanza di toni tra gli alti lai di coscienze politiche turbate da quel banner e gli svariati inviti ad iniziare chissà quale Resistenza, quale lotta dura contro le addiveniende minacce alla nostra libertà. Ebbene, in entrambi i casi si ha il sentoe di uno spiccato volontarismo: si VUOLE che le libertà siano minacciate; si VUOLE che ci sia un nemico da combattere, contro cui schierarsi. Lo si VUOLE perché ci si è formati politicamente dietro slogan vaghi, all'insegna di un antagonsimo sociale onnilaterale. Ma l'antagonista di professione - sia esso l'antisemita, l'anticomunista, l'antifascitta militante o il militante di quella sinistra antagonista che tanta parte ha nella storia del movimento per i diritti omosessuali - è DISPERATO quando scopre che i suoi antagonisti non ci sono più o sono molto meno diversi da lui di quanto si sarebbe aspettato. E' con rammarico che vedo prosperare in questa voce ufficiosa del cosiddetto mondo GLBT un simile atteggiamento: il rammarico non è dovuto all'impressione di leggere cose irragionevoli o imprecise; ma alla paura che l'esito di tutto ciò sia fare delle cause del movimento omosessuale il patrimonio esclusivo di una parte contro l'altra. E questo è grave non solo e non tanto perché quella parte è, allo stato delle cose, quella perdente, ma perché essa stessa non offre, per la sua composizione e per le sue dinamiche interne (un centro-sinistra sempre più centro, dunque sempre più cattolico), garanzie di poter e voler davvero sostenere tali cause. Correlativamente, lo svchieramento avverso, vincente viene perso di vista e lasciato alla deriva, in balia delle sue componenti più retrive ed "omofobe". Sono convinto che sia rovinosa ogni impostazione politica movimentista della questione omosessuale che prescinda dalla parola d'ordine della "trasversalità politica", che potrà essere feconda quanto e più della già sperimetata trasversalità sociale. Rimando a questo proposito al mio precedente intervento "La trasversalità politica, dopo quella sociale".
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