«Finalmente
un sindaco gay: un simbolo per i nostri diritti»
FRANCO GRILLINI da Il Mattino del 20.03.01
Non credo di esagerare se dico che con la conquista di Parigi da
parte di Bertrand Delanoe, socialista e gay, per noi omosessuali si è
realizzato una seconda rivoluzione francese. Non è la prima volta che
un omosessuale viene eletto in un’assemblea istituzionale, ma è sicuramente
la prima volta che una sfida così importante sotto il profilo simbolico
viene vinta da un omosessuale proprio perché è omosessuale. Viene in tal
modo clamorosamente smentita l’idea, cara anche a certi pavidi della sinistra
nostrana, che gli omosessuali facciano perdere voti, che, in materia elettorale,
siano più i rischi di una candidatura gay che non i probabili successi.
Certo, a Parigi la gerarchia cattolica e il suo ricatto non pesano come
in Italia, a Parigi c’è una laicità dello Stato e della politica invidiabile.
Ma non c’è dubbio che ormai in tutto il mondo occidentale una parte, sempre
più maggioritaria, della popolazione si identifica con le istanze di libertà
del movimento gay e lesbico sentendole proprie e facendole proprie. La
questione omosessuale è un problema di diritti, di diritti individuali.
È ormai un sentire comune che ogni individuo abbia il sacrosanto diritto
di costruire la propria esistenza secondo la propria identità, secondo
un proprio piano di vita e non sulla base di una morale esterna imposta
magari con la legge anche a chi non la condivide. Ma la lezione di Delanoe
è esemplare anche per un altro motivo: la sua visibilità di omosessuale
dichiarato e sereno. Il neo-sindaco di Parigi ne aveva parlato con tranquillità
all’inizio della campagna elettorale suscitando le simpatie dell’opinione
pubblica e non certo quel rigetto sul quale qualcuno in odore di razzismo
aveva fatto affidamento. In sostanza quella visibilità che tanto dà fastidio
anche alla destra nostrana («va bene essere gay, ma perché esserne orgogliosi?»)
ha finito per essere una carta vincente. Voglio quindi sperare che ciò
sia di lezione alla sinistra italiana soprattutto per quanto riguarda
la coerente gestione di una politica che senza l’affermazione dei diritti,
la loro centralità, senza la difesa e il rafforzamento della laicità dello
Stato non può certamente dirsi progressista o liberale. Solo accettando
la sfida dell’antirazzismo, della lotta ad ogni discriminazione, del rifiuto
dell’omofobia, dell’affermazione dei diritti la sinistra potrà dirsi tale
e cercare di fare breccia in una destra arcigna e sessuofobica scoprendone
le contraddizioni nel suo rapporto con un elettorato, soprattutto giovanile,
che non condivide di certo il razzismo e l’omofobia. Dichiarazioni
di Sergio Lo Giudice presidente ARCIGAY, Aurelio Mancuso portavoce
gay DS, Alessio De Giorgi responsabile esteri ARCIGAY
da Gay.it del 19.03.01
Dichiarazione di Sergio
Lo Giudice presidente ARCIGAY
La vittoria di Delanoe rappresenta il crollo di un mito negativo: quello
per cui dichiarare la propria omosessualità rappresenterebbe un ostacolo
all'acquisizione di rispetto, ammirazione, consenso.
Temiamo che in Italia
una candidatura simile avrebbe incontrato molti ostacoli, dato che anche
la coalizione di centrosinistra continua a mostrare paura della visibilità
dei gay: ne sono prova le resistenze anacronistiche di fronte all'ipotesi
di portare in Parlamento un rappresentante visibile del movimento gay
italiano. Crediamo che la società italiana non sia, su questi
temi, più arretrata di quella francese. La classe politica locale
si mostri all'altezza dei tempi e non ostacoli un processo di modernizzazione
culturale e sociale che è attivo e forte da noi come oltralpe. Contrapporsi
a questi progressi oramai irreversibili significa incarnare una cultura
conservatrice ed antimoderna che non può candidarsi a guidare il paese
nella direzione in cui procede a larghi passi l'Europa della Carta dei
Diritti.
Dichiarazione di Aurelio
Mancuso portavoce gay DS
Parigi val bene un candidato gay
Bertrand Delanoe ha vinto
non nonostante fosse gay, ma proprio perché era gay, perché lo ha detto
onestamente e perché proprio per questo la maggioranza dei cittadini
si è riconosciuta in un leader moderno e laico portatore di valori inerenti
ai diritti civili e alle libertà individuali. Da 100 anni Parigi era
governata dalla destra, oggi un sindaco socialista e gay interpreta
quel bisogno di libertà e di cambiamento che Delanoe incarna perfettamente
e che è condiviso dalla maggior parte della gente. Anche in Italia è
giunta l’ora di una visibile rappresentanza parlamentare omosessuale
non solo per dare valore istituzionale alla comunità gay e lesbica italiana,
quanto per interpretare anche qui da noi il diffuso sentimento di libertà
nella vita privata, libertà che le politiche integraliste e confessionali
della destra mettono continuamente in discussione. L’auspicio è, quindi,
quello di avere anche in Italia una nutrita rappresentanza parlamentare
omosessuale alle prossime elezioni e che i DS diano in questa direzione
il loro coerente contributo.
Dichiarazione di Alessio
De Giorni (da Parigi) , responsabile esteri dell’ARCIGAY
La vittoria di Bertrand
Delanoe rappresenta uno straordinario avvenimento per tutta la comunità
gay e lesbica internazionale per il suo valore simbolico, per l’importanza
della città di Parigi, per l’indicazione a tutta la sinistra sulla maturità
dell’opinione pubblica la quale si riconosce ormai anche in un sindaco
gay, nelle sue battaglie civili, nelle sue idee di libertà. L’elezione
di Delanoe rappresenta quindi un fatto storico di enorme portata perché
la sinistra vince a Parigi dopo 100 anni e vince interprentando modernità
e libertà.
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Tutta
una vita in seconda fila per la sua omosessualità. Amico di Jospin,
il neosindaco è stato per 25 anni consigliere comunale
di Gi.Mar. da la Repubblica
19-MAR-2001
PARIGI - Montmartre,
ventiquattro anni fa. Per la prima volta, la capitale si appresta ad
avere un sindaco, come tutte le altre città. I socialisti spediscono
nel XVIII arrondissement un inedito quartetto composto da Lionel Jospin,
Daniel Vaillant, Claude Estier e Bertrand Delanoë. Quattro amici ancora
oggi, quattro uomini in posti chiave: il primo è capo del governo, il
secondo è il suo ministro degli Interni, il terzo è capogruppo socialista
al Senato, il quarto sarà eletto domenica mattina, alle dieci in punto,
sindaco di Parigi. Ne hanno fatta di strada, soprattutto il meno conosciuto
di quel quartetto, quello che ancora un anno fa veniva sfottuto come
il «signor Nessuno» e che fra sette giorni s'installerà all'Hotel de
Ville. Visti i risultati nel paese, è stato lui, insieme al suo collega
di Lione, a salvare la faccia alla sinistra.
Poche persone avrebbero
scommesso su di lui. Il suo successo è più che altro dovuto all'assenza
di concorrenti: in un primo tempo, i socialisti avevano pensato di candidare
nella capitale Dominique StraussKahn, ma le inchieste giudiziarie hanno
travolto l'ex ministro delle Finanze e i suoi sogni. Poi è stato Jack
Lang a mettersi in testa di sbarrare il passo a Delanoëë, ma Lionel
Jospin ha dato una mano al suo fedele amico ed ha offerto a Lang il
portafoglio della Pubblica istruzione pochi giorni prima di un incertissimo
referendum fra i militanti socialisti. E così è toccato a lui, a quest'uomo
al tempo stesso fragile e autoritario, nato cinquantuno anni fa a Biserta,
guidare la «gauche» parigina alla vittoria.
Il suo percorso politico
è stato zigzagante e solo la costante presenza in consiglio comunale
nell'arco di ventiquattro anni gli è valsa la nomina a comandante in
capo delle truppe socialiste.
Ventiquattro anni di
opposizione sono un bell'attestato di ostinazione, una caratteristica
non sempre riconosciuta a Delanoë .
Segnalato a François
Mitterrand negli anni Settanta, il neo - sindaco ha avuto una fugace
posizione di potere subito dopo la storica vittoria socialista del 1981:
quando Jospin diventa segretario del partito, Delanoë si vede affidare
il ruolo di portavoce e diventa deputato. Ma due anni dopo, Mitterrand
chiede di sostituirlo, perché non gli piace troppo il suo «portamento»:
allusione pudica, ma chiara, alla sua omosessualità. Delanoë resta ai
vertici senza tuttavia essere in prima fila, ma nel 1985 i baroni mitterrandisti
gli fanno la guerra nel Vaucluse, dove doveva candidarsi alle legislative,
i militanti lo fischiano al congresso: Delanoë lascia la politica, crea
una sociatà di comunicazione e si limita a mantenere il suo seggio di
consigliere comunale.
Capogruppo consiliare
nel 1993, Delanoë ritorna a tempo pieno in politica e nel ‘95, quando
nessuno vuole sfidare l'erede di Chirac all'Hotel de Ville, è lui a
guidare i socialisti. «Una campagna elettorale inconsistente», dicono
ancora oggi i suoi compagni di partito. Ma la sinistra guadagna sei
arrondissement e Delanoë comincia a sognare: un giorno potrebbe diventare
sindaco della capitale. E allora bisogna prepararsi, cercare i collaboratori,
garantirsi l'appoggio del vecchio amico Jospin. Occorre anche togliere
ad amici ed avversari un argomento di bassa lega, ma spesso utilizzato
per farsi la guerra, quello delle preferenze sessuali. Dopo aver riflettuto
a lungo, Delanoë fa il suo «outing» in un'intervista televisiva, con
pudore: «Sì, sono omosessuale». Punto e basta. Tutti lo elogiano per
il coraggio e oggi tutti «se ne fregano», come dice lui stesso.
E' stato un gesto elegante
e sofferto per quest'uomo in cui convivono orgoglio, vanità e fragilità.
Autoritario, capace di trattare malissimo una segretaria e di sbottare
durante una riunione, Delanoë è anche un insicuro, un uomo che fino
all'ultimo si chiede se ha fatto la buona scelta. Molti lo giudicano
troppo pallido, ma al giorno d'oggi il suo profilo è ideale: la gente
vuole un sindaco che si occupa della città e che non ha ambizioni nazionali,
chiede cose concrete non ideologie. Delanoë è modesto, competente, concreto.
Forse il sindaco che la capitale, orfana di Jacques Chirac, cercava
da sei anni.
(gi.mar)
Giovanna
Melandri: anche l’Italia è matura per queste scelte
di Daniele Scalise da L'Espresso 15.03.01
Bertrand Delanoë, 51
anni a maggio, candidato socialista al municipio di Parigi, non ha certo
basato la sua campagna elettorale sulla bellezza né tantomeno sulla
ricchezza, essendo sprovvisto di entrambe. E come non bastasse, un paio
di anni fa, ha osato persino dichiararsi omosessuale. L’anno prima era
stato André Labarrère, suo compagno di partito e sindaco di Pau senza
interruzione dal 1971, a fare il coming out su Radio Monte-Carlo.
Delanoë è dunque omosessuale
senza essersi mai dedicato alla militanza gay. Pretende di essere, ed
effettivamente è, un politico e basta. E da politico fa un’offerta precisa
ai suoi concittadini. Spiega con dovizia di particolari il programma
che ha in mente per amministrare la capitale. Afferma i propri obiettivi.
E al primo turno si porta a casa il 31,31 per cento dei voti, mandando
a gambe all’aria Jean Tiberi, sindaco uscente, che acchiappa appena
il 13,92 per cento dei consensi e distanziando non di poco l’altro avversario,
quel Philippe Séguin che si deve accontentare di un 25,74 per cento
dei suffragi.
La destra francese piange
lacrime amare. E furiose. Sta a vedere che al monumentale e pittoresco
Hotel de Ville, con tanto di torretta centrale e cupole a tronco di
piramide ai lati, va a insediarsi uno che ha ammesso, con la disarmante
semplicità di chi non confessa una colpa ma descrive una condizione,
di essere pedé, finocchio. Qualche cretino (anche nell’Esagono non mancano)
si è divertito a imbrattare i manifesti di Delanoë proprio con quelle
due letterine – PD – che dovrebbero ricordare l’insulto. Nella speranza,
vana, che gli elettori si spaventino o si disgustino. Tutto inutile.
Al ministro dei Beni
Culturali Giovanna Melandri, donna che più volte si è espressa in modo
molto convincente sulla questione dei diritti civili delle persone omosessuali,
chiediamo se una cosa del genere potrebbe mai accadere in un paese come
il nostro dove il baciamano all’anello papale sembra essere una delle
attività più intense della già avviata campagna elettorale. «Secondo
me sì», risponde il ministro Giovanna Melandri. «Sono convinta che il
nostro paese sia molto più maturo di come viene spesso descritto. Credo
che ci sia un’Italia laica nelle scelte che riguardano lo Stato e la
politica, un’Italia che saprebbe apprezzare le capacità amministrative
e politiche di un uomo o di una donna che si dichiarino omosessuali.
Il problema, semmai, è arrivare a delle candidature che non introiettino
forme di autocensura».
Fatto sta che in Italia
c’è un solo deputato che ha dichiarato ufficialmente di esser gay.
«Fatto sta che è un deputato
di sinistra».
Certo, ma questo non
risolve certo il problema del ritardo spaventoso con cui la sinistra
si muove.
«Io penso che il problema
è solo di riconoscere che il nostro paese è più avanzato di quanto la
società politica lo interpreti. E questo vale anche la per la presenza
delle donne, perché sono altrettanto convinta che l’Italia sia assolutamente
pronta una classe dirigente e politica femminile».
Dov’è l’ostacolo?
«Il problema è il processo
di formazione delle decisioni dei partiti e in particolare il processo
di formazione delle candidature».
La questione francese
mi pare addirittura un passo più avanti. A candidarsi non è un rappresentante
del movimento omosessuale ma è un politico tout court che, tra l’altro,
si dichiara omosessuale.
«E’ proprio questo il
punto. Forse il limite di questi anni è stato quello di pensare che
l’omosessuale entra in politica se rappresenta il movimento gay. Invece
credo che siamo molto più avanti. I cittadini sanno distinguere, sanno
scegliere in base ai programmi, ai progetti di trasformazione e l’identità
sessuale non mi pare possa costituire un elemento discriminante».
Al momento, però, nessuno
nel Palazzo fiata e la politica sembra ancora dominata da timori ottocenteschi.
«Forse questo ha a che
vedere con un meccanismo di autocensura connesso a una visione della
società italiana antica che, invece, è molto più libera di come i mezzi
di comunicazione e la politica la rappresentano».
Parigi,
vittoria a Delanoe ma la destra si fa avanti
da La Repubblica 18.03.01
PARIGI - La sinistra
francese conquista Parigi. C'è' stata incertezza fino all'ultimo, ma
alla fine lo spoglio delle schede ha dato la vittoria al candidato socialista
Bertrand Delanoe. Il suo è stato un successo storico: la capitale francese
è da sempre considerata un feudo dei partiti del centrodestra. Stavolta
però è andata diversamente. L'uomo della sinistra ha battuto il suo
principale rivale Philippe Seguin conquistando 91 seggi su 163. "Oggi
i parigini e le parigine hanno deciso liberamente l'alternanza nella
capitale", sono state le prime parole del nuovo sindaco della città.
"È stata una vittoria dell'audacia e della ragione".
Vittoria della sinistra
anche a Lione, terza città più popolosa della Francia. Anche qui fino
all'ultimo c'è stato un serratissimo testa a testa. La maggioranza nel
consiglio municipale è di 37 seggi, e le liste di sinistra capeggiate
dal socialista Gerard Collomb si sono affermate su quelle guidate dal
chirurgo "mago" del trapianto della mano, Jean-Michel Dubernard,
e da Charles Millon.
I socialisti possono
così consolarsi di una tornata elettorale amministrativa che non gli
è stata favorevole. L'attesa "onda rosa" non c'è stata: i
candidati della sinistra sono stati battuti in molte città importanti.
E fra gli sconfitti ci sono molti ministri come quello della cultura
Jack Lang (a Blois) e quello del Lavoro, Elisabeth Guigou, ad Avignone.
Martine Aubry, figlia
di Jacques Delors ed ex-ministro del Lavoro, invece, si è imposta nella
corsa al municipio di Lilla. La sua lista di sinistra, nella quale sono
confluiti i Verdi per il secondo turno, ha vinto nettamente le elezioni.
I dati della amministrative
erano attesi come un primo test in vista delle presidenziali del 2001.
Ma nessuna delle parti può dire davvero di aver vinto. La Francia resta
ancora molto divisa. E se da un lato premia i successi politici del
premier Lionel Jospin, dall'altro consegna importanti successi agli
uomini del presidente della Repubblica Jacques Chirac. Il duello fra
i due, che continuano la loro difficile coabitazione ai vertici dello
Stato, è quindi destinato a continuare.
DELANOË: UN PROTAGONISTA
INATTESO
La forza tranquilla e discreta di un gay dichiarato
Di Antonella Tarquini
da La gazzetta di Parma
NOSTRO SERVIZIO PARIGI
- Bertrand Delanoë, l'uomo che potrebbe dopo decenni strappare alla
destra la poltrona di Parigi, non ha un carisma particolare. Non è un
«elefante politico», è gay e lo ha dichiarato con un tale, sereno orgoglio,
che nessuno ne ha fatto un'arma contro di lui, tranne ovviamente l'estrema
destra di Jean Marie Le Pen. Ha qualcosa di più, che esula dagli stereotipi:
il fascino discreto dell'uomo serio, riservato, che non ama far parlare
di sé. Senza la prosopopea dei suoi rivali, accosta la gente con la
semplicità e la sensibilità del medico di famiglia di una volta. Ha
50 anni, è magro e compunto, un passato pulito, sgombro da storie di
clientelismo e corruzione. Pulito come il suo volto dall'espressione
un po' näif, che ricorda il «Petit prince» di Antoine de Saint-Exupery
così caro ai francesi.
Ne ha sorpresi non pochi
quando, cominciata la cavalcata verso l'Hôtel de Ville, si è definito
«una persona sensibile, un affettivo che si cura con la razionalità».
Come a dire che sul ring della politica non ci sono soltanto killer,
ma anche chi sa affermare senza vergogna che «assumere le proprie fragilità
è una forza».
L'aver dichiarato pubblicamente
la sua omosessualità, in una trasmissione televisiva di M6 _ lui che
ha addirittura una sorella suora _ è stata una scelta politica precisa,
in pieno dibattito sul Pacs, il patto civile di solidarietà che regola
amministrativamente le unioni tra omosessuali. «La sinistra non aveva
il coraggio di dire pane al pane e vino al vino, dice, così ho deciso
che dovevo dare il mio contributo ad una lotta in cui mancavano i lottatori».
Dietro alla facciata
timida e pudica, c'è un uomo determinato per il quale la politica non
è un hobby, ma qualcosa che si annida nel Dna. A 22 anni è entrato nella
famiglia socialista e da sempre è visceralmente fedele a Lionel Jospin.
Affetto peraltro ricambiato. A Delanoë piace sostenere che la sua candidatura
alla conquista di Parigi non sia stata un ripiego dopo che il premier
ha dovuto rinunciare a due personaggi popolari come Jack Lang, attuale
ministro dell'Istruzione, e Dominique Strauss-Kahn, ex superministro
delle Finanze coinvolto in scandali finanziari. Eppure ha passato qualche
anno difficile, a causa degli «elefanti» di casa sua: nel 1985 lasciò
il comitato direttivo del Ps, umiliato dalla sconfitta alle municipali
e per questo fischiato, lui mitterandiano sfegatato, al congresso di
Tolosa. Ha venduto la casa di Montmartre accanto a quella della sua
amica del cuore, Dalida, e per qualche anno ha lavorato in pubblicità.
Fino al ritorno in politica nel 1993.
Nato a Biserta, in Tunisia,
figlio di un geometra nato da un marinaio che trovò moglie in uno scalo
al porto di Livorno, ha per l'Italia un amore particolare, tanto che
ha voluto nelle sue liste sette italiani di Parigi, dove spera di far
suonare le trombe della rivincita 130 anni dopo l'epopea della Comune.
Omosessuale,
ma non conta
Delanoë alla conquista di Parigi
ALLA SCOPERTA DEL CANDIDATO SOCIALISTA NON NASCOSTO NE’ «VELATO», SENZA
PAURE O VERGOGNA
da la Stampa 09-MAR-2001
Filippo Ceccarelli
ANCHE in campagna elettorale
le cose non dette, o se si vuole quelle che si danno per scontate, sono
in realtà di gran lunga le più importanti. Così, in consapevole violazione
di ogni norma «politically correct», varrà subito la pena di sottolineare
che con la vittoria di Bertrand Delanoë, candidato sindaco della sinistra,
per la prima volta nella storia con molta probabilità i parigini saranno
governati e rappresentati da un gay.
Ma non da un gay nascosto,
o «velato»; da un gay consapevole e dichiarato, e quindi da una persona
che a un certo punto della sua vita e del suo impegno pubblico (1998)
ha sentito il bisogno di uscire allo scoperto (in gergo «coming out»).
E l’ha fatto opportunamente in tv, sotto la luce dei riflettori, e quindi
con quel tanto di catarsi mediatica che a molti altri omosessuali -
anche politici - appare come un baratro entro cui il proprio essere
più profondo rischia di smarrirsi in un vortice di paure, di vergogna.
Eccolo, dunque, la sera,
Delanoë nella palestra della scuola elementare di rue de l’Arbre Sec.
Pubblico popolare, odore di cucina orientale, campane di sottofondo,
secchi di plastica con fiori per le donne (è l’8 marzo). Si nota questo
orientamento sessuale? No, assolutamente; e poi si tratta di una curiosità
qui in Francia condannata come indiscreta. Tra le sacre virtù della
République c’è la più netta e rivendicata distinzione tra pubblico e
privato. Eppure, chiunque, per ventura, si sia dedicato a studiare l’eterno
binomio sesso e potere sa benissimo che quella distinzione è spesso
solo un auspicio, o una rassicurante auto-rappresentazione.
E comunque: eccolo. Dice
«noi», non parla in prima persona; è competente, ha una bella voce profonda.
Non alto, ma nemmeno basso; non bello, ma neppure brutto; non famoso
(tanto che ancora lo chiamano Bernard, o addirittura Pierre), non carismatico,
non fascinoso, non ricco. «Praticamente normale», si direbbe, adattandogli
il titolo del bel saggio di Andrew Sullivan sulla condizione omosessuale
in questa epoca di tempi compressi e potenti trasformazioni.
Delanoë è figlio di un
geometra e di un’infermiera, separati; fino a 14 anni è vissuto in Tunisia,
facendo a tempo a rientrare nella poco agognata categoria dei coloni
francesi rientrati (o cacciati) dal Maghreb, i «pieds-noirs». Adolescente
fragile, sognatore; il Sessantotto; il partito socialista, la svolta
della sua vita. Giovane dirigente un po’ secchione, primo della classe,
in rapida ascesa, poi «segato». Nel 1986, una crisi si direbbe esistenziale;
vende la casa (vicino a quella della sua amica cantante Dalida), molla
la politica, si mette in pubblicità, pur restando nell’ambito del club
socialista pieno di giovani leoni che la morte di «Dieu», cioè di Mitterrand,
ha reso sempre più rampanti, l’uno contro l’altro.
Inizio Anni Novanta:
rientra nel partito, federazione parigina, barcamenandosi fra Jospin,
Bérégovoy, Fabius, Strauss-Kahn, Lang; lavora sul territorio, ma il
potere della destra sembra eterno; lo mettono a capolista perché non
oscura nessuno, non sembra averne la stoffa. E in effetti ancora oggi
che i sondaggi lo danno vincente, Bertrand appare né più né meno quello
che anni orsono, in Italia, si sarebbe definito un medio «quadro» di
partito. Ma attenzione: è proprio questa sua normalità che, insieme
all’indifferenza (una frase e un rigo appena in lunghi articoli) con
cui si dà conto della sua «gaytude», ecco, è precisamente qui che si
rivela la vera novità del personaggio, sulle cui spalle, ieri fasciate
da una giacchetta stazzonata color grigio chiaro, rischia davvero di
caricarsi un vero passaggio storico.
E insomma: la politica-politica
c’entra fino a un certo punto. Non c’è dubbio che la riconquista di
Parigi da parte della sinistra è certamente un fatto politico di rilievo.
E tuttavia, su un altro piano, sul piano dei modelli, dei comportamenti
e delle trasformazioni del potere, l’eventuale vittoria elettorale e
la susseguente investitura a sindaco di Delanoë - e solo sua, come persona,
non come partito - risalta come la più compiuta legittimazione dell’omosessualità.
Qualcosa di paragonabile all’avvento del suffragio universale nel XIX
secolo, al diritto di voto delle donne, all’affermazione dell’uguaglianza
razziale.
Nessuno oltretutto ha
a che ridire. Solo ieri, e solo in una zona di Parigi, alcuni manifesti
elettorali di Delanoë sono stati imbrattati con le lettere spray «PD»,
che stanno per «pedé», pederasta, frocio. Nessuno del resto strilla,
come in Italia, invocando i valori della famiglia. La famiglia, anzi,
è un temaccio per i suoi avversari, come il sindaco uscente di Parigi,
Jean Tiberi, che dava alloggi del comune al figlio e alla figlia (che
li riaffittavano pure), oltre che inutili, ma costosissime collaborazioni
alla moglie, la fantastica Xavière, Saveria. Più famiglia di così...
Bertrand non ha figli,
né moglie, né mogli. Al momento non si sa nemmeno se abbia un compagno
stabile. E però dice, con innegabile buonsenso: «Non bisogna chiedersi
se Parigi possa o meno avere un sindaco omosessuale, ma se il progetto
di questo candidato sia giusto». Delanoë non è un professionista dell’omosessualità;
che vive all’interno di una vita piena e integrata. Niente barricate,
né proclami, ma nemmeno zone d’ombra. Da politico, è per una linea pragmatica:
si adegua alla norma per adeguare le norme.
Se non fosse morto (di
Aids) sarebbe interessante sapere come reagirebbe all’eventualità di
un sindaco omosessuale Michel Foucault, pure lui parigino, pure lui
gay, grande studioso del volto cupo e pervasivo del potere; un intellettuale
che, scuotendo rabbiosamente le sbarre della sua gabbia di ferro, nell’omosessualità
riusciva a scorgere solo una categoria dell’oppressione. Mentre ora
è abilitata alla direzione della capitale; e di quale capitale.
Vero è che se da qualche
parte del mondo doveva succedere, a pensarci bene non poteva che essere
a Parigi. E non solo perché qui non c’è il Papa, ma una borghesia illuminata
da qualche secolo, né vi albergano residui di puritanesimo di marca
anglo-sassone. Basta fare due passi nel Marais per capire che lo spazio
gay si è enormemente dilatato, e che il cambiamento mette in gioco forze
più profonde, a loro volta favorite dalle dinamiche culturali e dall’economia.
Decine di bar, di saune, di club, ma anche di palestre, negozi, assicurazioni,
agenzie di viaggi, di servizi fotografici, gruppi sportivi, religiosi.
Un’umanità anche parecchio diversificata, ormai, in giro per le strade:
i fidanzatini e le maschiacce, il provincialotto e l’artistoide, la
camionista e il trans. Quasi tutti e tutte a reddito medio-alto e cultura
superiore alla media. Gente senza figli che spende e spande. Soldi e
voti. Un pezzo di società post-moderna che non chiede rappresentanza,
ma se la prende.
Per chi viene dall’Italia,
avendo in testa i proibizionismi vaticani, i vittimismi dei gay esclusi
dalle liste, i leader della sinistra che fanno i furbi tra mille imbarazzi
e quelli della destra che non vogliono i maestri gay; per chi viene
dall’Italia dell’onorevole leghista Calderoli che «facciamo una contro-manifestazione
etero e poi ci contiamo», del sindaco «Albertina» che fa il diavolo
a quattro e del ministro Pecoraro Scanio che magari prova a ridurre
il danno parlando di bisessualità, ecco, la scelta, la storia e in fondo
la soluzione politica e personale di Bertrand (non Bernard, né tantomeno
Pierre) è qualcosa che lascia attoniti e al tempo stesso ammirati.
Qui, del resto, dopo
una notevole battaglia all’Assemblea nazionale, è stata approvata una
legge sul patto civile di solidarietà (pacs), che in pratica legittima
ogni tipo di unione civile. In quell’occasione Delanoë si sentì in dovere
di compiere quella specie di atto di fede nella resistenza della propria
identità e sincerità. E di dirlo a tutti, che lui era anche gay. Forse
il primo sindaco gay della civiltà europea.
Parigi,
la carica gay della Gauche
Dopo 101 anni sconfitta annunciata della destra
di Enrico Benedetto
Alla presa della Nuova
Bastiglia, la Gauche si allenava da 101 anni, quando le cronache ne
registrarono l’ultima vittoria «nazionalista». Ma il conto alla rovescia
è ormai agli sgoccioli: dieci giorni tondi separano gli eredi del populismo
tardo-ottocentesco dal trionfo. Almeno, così giurano gli ultimi sondaggi
clandestini. Il sanculotto versione 2001 è Bertrand Delanoë, rosa come
il ps e come l’orgoglio gay: capo di un’opposizione ormai sulle barricate,
omosessuale dichiarato e jospiniano di ferro. L’ancien régime lo incarnano
invece l’attuale sindaco Jean Tiberi e il suo carissimo nemico Philippe
Séguin. Il primo in versione clientelistico-paternalista, l’altro in
nome d’un riformismo zelante quanto patetico che risparmi a Jacques
Chirac lo schiaffo di una Parigi sinistrosa come la Francia circostante.
Del duello fratricida
potrebbero approfittare in molti. Ma l’estrema destra è al lumicino,
con un Le Pen ormai senile. Quanto ai Verdi, la loro bandiera - Daniel
Cohn-Béndit - è a mezz’asta da quando l’ex leader sessantottardo ha
dovuto riconoscere che sì, un suo vecchio libro conteneva effettivamente
torbidi passaggi d’incitazione alla pedofilia libertaria. Morale, avanti
tutta per Delanoë, l’unico a poter perdere le Comunali.
Per chi ancora dubitasse
che Parigi eclissi da sempre la Francia trasformandola in uno sterminato
contado, le Municipali dell’11-18 febbraio costituiscono il colpo di
grazia. Malgrado i lodevoli sforzi di giornali e radio-televisioni per
descriverci un possibile sorpasso rosa a Marsiglia e Lione, o la feroce
resistenza della Destra - grazie all’ex premier Alain Juppé - in quel
di Bordeaux, solo la Tour Eiffel «aggancia» davvero. In effetti, la
telenovela parigina è troppo ghiotta per non sedurre. Il duello Tiberi-Séguin
si direbbe scritto da Feydeau e messo in scena da Sacha Guitry, cruenta
commedia da boulevard più vera del vero. Quanto a Delanoë, che il suo
carisma sia l’assenza di carisma non è una boutade.
Ma dietro gli uomini,
le armi e gli amori d’una campagna atipica, in cui Chirac si direbbe
brilli per impotenza e la first lady Bernadette - improvvisatasi fan
seguinista - tenti invano di limitare i danni, c’è, soprattutto, una
città che cambia. Parigi la Ricca votava tradizionalmente con il portafoglio,
e non solo nell’opulento XVI arrondissement dove i comunisti faticano
a raggiungere il 2%. Occultando l’originaria carica eversiva del gollismo,
ne aveva fatto una religione civica da benpensati vagamente patriottici.
Peccato che siano arrivati
i «bobo» a guastare la festa. Nessun dizionario registra ancora l’acronimo,
ma il suo esordio sul Larousse pare imminente. Sono i «borghesi bohémiens»,
inattesa razza padrona di una capitale che aveva smesso di guardarsi
allo specchio e oggi allibisce scoprendo fattezze diverse. Assolutamente
impermeabili all’eredità gollista - velleitario-eroica stile Séguin
o imbolsita come il clan Tiberi - chiedono a Parigi servizi, occasioni
d’incontro, chances scolastiche e professionali, ecologia urbana e slancio
innovativo. Incontrollabili secondo i parametri ideologici tradizionali,
si riconoscono tuttavia nell’atipicità di Bertrand Delanoë. Single,
ma anche coppie e famiglie. Alle ultime, oceaniche parate Techno e Gay
- per tacere Halloween - non faceva forse ala un’inedita folla di mamme,
babbi e, talora, nonni?
Il ludico metropolitano,
che spiazza i valori d’una città a lungo fondamentalmente austera e
un po’ tronfia come l’architettura hausmanniana (salvo le inevitabili
enclaves: Quartiere Latino, Montmartre) parla ormai al cuore dell’elettorato.
Ma per Séguin, l’uomo della crociata anti-Maastricht, e per il grande
faccendiere Tiberi impastoiato nella ragionieristica gestione dei favoritismi,
i «bobo» sono creature metafisiche. Delanoë, al contrario, ne integra
in qualche misura le aspirazioni portandoli in dote alla Sinistra. Non
avrebbero mai votato un uomo del serraglio mitterandiano.
L’ipnosi da potere, l’intelligenza
al servizio d’una ambizione ipertrofica sono loro estranei. Vorrebbero
un sindaco qualunque, ma non qualunque sindaco. Bertrand Delanoë ha
l’identikit ideale e tuttavia un’inconfessata paura di non farcela.
Perché Parigi potrebbe improvvisamente ricordarsi, fra i due turni,
del buon tempo antico e ritrovare nel tardivo embrassons-nous Séguin-Tiberi
il colpo di reni per soffiare lo sprint all’onesto gregario in fuga
da mesi con la maglia rosa.
«La
gente considera la mia dichiarata omosessualità un
dettaglio trascurabile»
La Stampa 15 marzo 2001
BERTRAND Delanoë, dopo la sua pole position al primo turno
nelle Comunali parigine, Jacques Chirac manovra dall’Eliseo
per scongiurare una vittoria della Gauche federando in
extremis la Droite. Lo trova normale? E il suo avversario
gollista Philippe Séguin le sembra davvero groggy ora
che gli dettano la linea da Palazzo? «Chirac faccia quello
che vuole. Tanto più che non domanda la mia opinione per
immischiarsi nella campagna elettorale a Parigi. Servirà?
Oggi la Destra non ha più candidati validi per l’Hôtel
de Ville. Séguin lo rimane, ma a livello nominale. Gli
osservatori sono quasi unanimi: pur gareggiando da mesi
per la poltrona di sindaco, non ha mai saputo mostrarsi
davvero credibile. Stimo più l’uomo che il ruolo affidatogli.
La Destra parigina è un crogiuolo di odi tenaci. Ogni
clan raccoglie materiale compromettente sugli altri. Solo
nelle decisioni clientelari si ritrovano d’accordo». Allora
vincere domenica sara facile. O no? «E’ uno scrutinio
incertissimo. Diciamo che ho una chance su due. Per me
l’alternanza a Parigi, dopo 101 anni, resta una semplice
ipotesi. Non è scaramanzia, ma prudenza». La stupisce
che Parigi non sanzioni oltremisura il sindaco Tiberi,
malgrado gli scandali? «Non mitizziamo l’elettorato. Anche
i cittadini hanno, come noi politici, i loro bravi difettucci.
Però m’indigna, anzi trovo nauseabondo, che nel quinto
Arrondissement Séguin ora inviti a votare Tiberi dopo
averne criticato con veemenza le corruttele. Non se lo
meritava, Parigi. Le elezioni bisogna vincerle partendo
da un progetto, sennò è pura bagarre per spartirsi le
poltrone chiave. Io faccio politica. Per strada, al caffè,
nei bistrot... Il potere m’interessa, ma non in sè: vorrei
usarlo trasformando Parigi, una città museo che non prende
rischi per principio e si chiude entro la sua torre d’avorio.
Voglio incarnare l’alternativa, sì. Ma per il resto sono
un uomo qualunque, e intendo rimanerlo da sindaco. Credo
nell’amicizia, e pratico la naturalezza». Dichiararsi
omosessuale le è costato? «Non lo feci a freddo. C’era
una discussione politica e sociale in corso sul pacs,
il ’’patto civile di solidarietà’’ che può legittimare
le coppie gay. La Sinistra lo difendeva, ma senza appassionarsi
troppo. I liberticidi, invece, andavano giù duro. Morale,
un bel giorno dissi in pubblico a sorpresa che ero gay.
Aggiungendo: ’’Spero mi diciate ’e chi se ne frega’?’’.
Invece sono tuttora vittima di attacchi politici in materia.
Ma la gente, al contrario, sembra considerare la mia omosessualità
un dettaglio trascurabile. In settimane di incontri per
la strada o in piazza, non ricordo una sola domanda sul
Delanoë gay». Il suo slogan è «cambiamo era». Ma lo stacco
ha bisogno di simboli. Mitterrand salì al Panthéon rosa
in mano. E lei? «Non cambierò stile per motivi d’immagine.
Temo l’effimero. Se dovessi ritrovarmi sindaco, il primo
’’gesto’’ sarà discutere il budget. Ci sono cose più romantiche
o esemplari, ma lo ritengo prioritario. Andrò tuttavia
come ogni 19 marzo all’Etoile, per commemorare la guerra
d’indipendenza algerina, e beninteso i caduti francesi.
Chirac e Tiberi non lo facevano». Descrivono Parigi come
una città che ha la Destra nel sangue. E’ d’accordo? «Anche
l’anima può cambiare. E comunque annovero tra i miei elettori
uomini e donne che votavano a Droite. Bertrand Delanoë
è, in primis, un democratico. Vorrei soltanto che Parigi
si riscoprisse generosa, solidale, inventiva, verde, multietnica.
Ed efficiente. Il Comune deve aiutare i cittadini a comprarsi
la casa. Poi ci sono quelle insalubri - centinaia, con
rischio saturnismo per duemila bambini - che bonificherò.
Aggiungiamoci il bisogno di riequilibrare socialmente
gli arrondissement, un maxi tram sulla tangenziale interna,
nuove case a prezzi politici e ammende salatissime per
i proprietari di cani che sporcano i marciapiedi. Sì,
sono un individualista che crede nel bene collettivo».
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