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OMOSESSUALITA'
E POLITICA

 
LA TRATTATIVA di Arcobaleno Milano col Comune di milano
MARIO FORTUNATO - Un caso di discriminazione politica (20.2.02)
GAY E GLOBALIZZAZIONE -Il CIG aderisce alla manifestazione di Genova del Social Forum (21.7.01)
ELEZIONI 2001 - IL CIG Arcigay Milano incontra il Comitato Rutelli
I CANDIDATI GAY alle elezioni politiche del 2001
ELEZIONI 2001 - LA SINISTRA e i gay

IL BANNER di Berlusconi su Gay.it (9-5-01)

ELEZIONI 2001 - LA DESTRA candida i gay?
SINDACO DI PARIGI un omosessuale dichiarato: Bertrand Delanoë (18.3.01)
LA REGIONE LOMBARDIA boccia il Festival del Cinema Gaylesbico di Milano (20.9.00)
LA DESTRA E I GAY - Collezione di perle più o meno omofobe (dichiarazioni di politici dopo il world pride 2000)

 

 

 

 

 

 

PARIGI O CARA

 SINDACO DELLA CAPITALE UN OMOSESSUALE DICHIARATO
Bertrand Delanoë

 

Finalmente un sindaco gay. Un simbolo per i nostri diritti
Franco Grillini -
Il Mattino - 20.03.01
I commenti di Lo Giudice, Mancuso e De Giorgi (da Parigi)
aa.vv. -
Noi - 19.03.01
Tutta una vita in seconda fila per la sua omosessualità
Gi Mar. -
Repubblica - 19.03.01
Giovanna Melandri: anche l'Italia è pronta per queste scelte
Daniele Scalise -
Espresso - 15.03.01
Parigi, vittoria a Delanoe ma la destra si fa avanti
Repubblica -
18.03.01
«La gente considera la mia dichiarata omosessualità un dettaglio trascurabile» 
La Stampa -
15.03.01
DELANOË: UN PROTAGONISTA INATTESO La forza tranquilla e discreta di un gay dichiarato
Antonella Tarquini -
Gazzetta di Parma - 12.03.01
Omosessuale, ma non conta 
Filippo Ceccarelli -
La Stampa - 9.03.01
Parigi, la carica gay della Gauche
Enrico Benedetto -
La Stampa  - 9.03.01
«Finalmente un sindaco gay: un simbolo per i nostri diritti» 
FRANCO GRILLINI da Il Mattino del 20.03.01

 Non credo di esagerare se dico che con la conquista di Parigi da parte di Bertrand Delanoe, socialista e gay, per noi omosessuali si è realizzato una seconda rivoluzione francese. Non è la prima volta che un omosessuale viene eletto in un’assemblea istituzionale, ma è sicuramente la prima volta che una sfida così importante sotto il profilo simbolico viene vinta da un omosessuale proprio perché è omosessuale. Viene in tal modo clamorosamente smentita l’idea, cara anche a certi pavidi della sinistra nostrana, che gli omosessuali facciano perdere voti, che, in materia elettorale, siano più i rischi di una candidatura gay che non i probabili successi. Certo, a Parigi la gerarchia cattolica e il suo ricatto non pesano come in Italia, a Parigi c’è una laicità dello Stato e della politica invidiabile. Ma non c’è dubbio che ormai in tutto il mondo occidentale una parte, sempre più maggioritaria, della popolazione si identifica con le istanze di libertà del movimento gay e lesbico sentendole proprie e facendole proprie. La questione omosessuale è un problema di diritti, di diritti individuali. È ormai un sentire comune che ogni individuo abbia il sacrosanto diritto di costruire la propria esistenza secondo la propria identità, secondo un proprio piano di vita e non sulla base di una morale esterna imposta magari con la legge anche a chi non la condivide. Ma la lezione di Delanoe è esemplare anche per un altro motivo: la sua visibilità di omosessuale dichiarato e sereno. Il neo-sindaco di Parigi ne aveva parlato con tranquillità all’inizio della campagna elettorale suscitando le simpatie dell’opinione pubblica e non certo quel rigetto sul quale qualcuno in odore di razzismo aveva fatto affidamento. In sostanza quella visibilità che tanto dà fastidio anche alla destra nostrana («va bene essere gay, ma perché esserne orgogliosi?») ha finito per essere una carta vincente. Voglio quindi sperare che ciò sia di lezione alla sinistra italiana soprattutto per quanto riguarda la coerente gestione di una politica che senza l’affermazione dei diritti, la loro centralità, senza la difesa e il rafforzamento della laicità dello Stato non può certamente dirsi progressista o liberale. Solo accettando la sfida dell’antirazzismo, della lotta ad ogni discriminazione, del rifiuto dell’omofobia, dell’affermazione dei diritti la sinistra potrà dirsi tale e cercare di fare breccia in una destra arcigna e sessuofobica scoprendone le contraddizioni nel suo rapporto con un elettorato, soprattutto giovanile, che non condivide di certo il razzismo e l’omofobia. 

Dichiarazioni di Sergio Lo Giudice presidente ARCIGAY, Aurelio Mancuso portavoce gay DS, Alessio De Giorgi responsabile esteri ARCIGAY
da Gay.it del 19.03.01

Dichiarazione di Sergio Lo Giudice presidente ARCIGAY
La vittoria di Delanoe rappresenta il crollo di un mito negativo: quello per cui dichiarare la propria omosessualità rappresenterebbe un ostacolo all'acquisizione di rispetto, ammirazione, consenso.

Temiamo che in Italia una candidatura simile avrebbe incontrato molti ostacoli, dato che anche la coalizione di centrosinistra continua a mostrare paura della visibilità dei gay: ne sono prova le resistenze anacronistiche di fronte all'ipotesi di portare in Parlamento un rappresentante visibile del movimento gay italiano.  Crediamo che la società italiana non sia, su questi temi, più arretrata  di quella francese. La classe politica locale si mostri all'altezza dei tempi e non ostacoli un processo di modernizzazione culturale e sociale che è attivo e forte da noi come oltralpe. Contrapporsi a questi progressi oramai irreversibili significa incarnare una cultura conservatrice ed antimoderna che non può candidarsi a guidare il paese nella direzione in cui procede a larghi passi l'Europa della Carta dei Diritti.

Dichiarazione di Aurelio Mancuso portavoce gay DS
Parigi val bene un candidato gay

Bertrand Delanoe ha vinto non nonostante fosse gay, ma proprio perché era gay, perché lo ha detto onestamente e perché proprio per questo la maggioranza dei cittadini si è riconosciuta in un leader moderno e laico portatore di valori inerenti ai diritti civili e alle libertà individuali. Da 100 anni Parigi era governata dalla destra, oggi un sindaco socialista e gay interpreta quel bisogno di libertà e di cambiamento che Delanoe incarna perfettamente e che è condiviso dalla maggior parte della gente. Anche in Italia è giunta l’ora di una visibile rappresentanza parlamentare omosessuale non solo per dare valore istituzionale alla comunità gay e lesbica italiana, quanto per interpretare anche qui da noi il diffuso sentimento di libertà nella vita privata, libertà che le politiche integraliste e confessionali della destra mettono continuamente in discussione. L’auspicio è, quindi, quello di avere anche in Italia una nutrita rappresentanza parlamentare omosessuale alle prossime elezioni e che i DS diano in questa direzione il loro coerente contributo.

Dichiarazione di Alessio De Giorni (da Parigi) , responsabile esteri dell’ARCIGAY

La vittoria di Bertrand Delanoe rappresenta uno straordinario avvenimento per tutta la comunità gay e lesbica internazionale per il suo valore simbolico, per l’importanza della città di Parigi, per l’indicazione a tutta la sinistra sulla maturità dell’opinione pubblica la quale si riconosce ormai anche in un sindaco gay, nelle sue battaglie civili, nelle sue idee di libertà. L’elezione di Delanoe rappresenta quindi un fatto storico di enorme portata perché la sinistra vince a Parigi dopo 100 anni e vince interprentando modernità e libertà.

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Tutta una vita in seconda fila per la sua omosessualità. Amico di Jospin, il neosindaco è stato per 25 anni consigliere comunale

di Gi.Mar. da la Repubblica 19-MAR-2001

PARIGI - Montmartre, ventiquattro anni fa. Per la prima volta, la capitale si appresta ad avere un sindaco, come tutte le altre città. I socialisti spediscono nel XVIII arrondissement un inedito quartetto composto da Lionel Jospin, Daniel Vaillant, Claude Estier e Bertrand Delanoë. Quattro amici ancora oggi, quattro uomini in posti chiave: il primo è capo del governo, il secondo è il suo ministro degli Interni, il terzo è capogruppo socialista al Senato, il quarto sarà eletto domenica mattina, alle dieci in punto, sindaco di Parigi. Ne hanno fatta di strada, soprattutto il meno conosciuto di quel quartetto, quello che ancora un anno fa veniva sfottuto come il «signor Nessuno» e che fra sette giorni s'installerà all'Hotel de Ville. Visti i risultati nel paese, è stato lui, insieme al suo collega di Lione, a salvare la faccia alla sinistra.

Poche persone avrebbero scommesso su di lui. Il suo successo è più che altro dovuto all'assenza di concorrenti: in un primo tempo, i socialisti avevano pensato di candidare nella capitale Dominique StraussKahn, ma le inchieste giudiziarie hanno travolto l'ex ministro delle Finanze e i suoi sogni. Poi è stato Jack Lang a mettersi in testa di sbarrare il passo a Delanoëë, ma Lionel Jospin ha dato una mano al suo fedele amico ed ha offerto a Lang il portafoglio della Pubblica istruzione pochi giorni prima di un incertissimo referendum fra i militanti socialisti. E così è toccato a lui, a quest'uomo al tempo stesso fragile e autoritario, nato cinquantuno anni fa a Biserta, guidare la «gauche» parigina alla vittoria.

Il suo percorso politico è stato zigzagante e solo la costante presenza in consiglio comunale nell'arco di ventiquattro anni gli è valsa la nomina a comandante in capo delle truppe socialiste.

Ventiquattro anni di opposizione sono un bell'attestato di ostinazione, una caratteristica non sempre riconosciuta a Delanoë .

Segnalato a François Mitterrand negli anni Settanta, il neo - sindaco ha avuto una fugace posizione di potere subito dopo la storica vittoria socialista del 1981: quando Jospin diventa segretario del partito, Delanoë si vede affidare il ruolo di portavoce e diventa deputato. Ma due anni dopo, Mitterrand chiede di sostituirlo, perché non gli piace troppo il suo «portamento»: allusione pudica, ma chiara, alla sua omosessualità. Delanoë resta ai vertici senza tuttavia essere in prima fila, ma nel 1985 i baroni mitterrandisti gli fanno la guerra nel Vaucluse, dove doveva candidarsi alle legislative, i militanti lo fischiano al congresso: Delanoë lascia la politica, crea una sociatà di comunicazione e si limita a mantenere il suo seggio di consigliere comunale.

Capogruppo consiliare nel 1993, Delanoë ritorna a tempo pieno in politica e nel ‘95, quando nessuno vuole sfidare l'erede di Chirac all'Hotel de Ville, è lui a guidare i socialisti. «Una campagna elettorale inconsistente», dicono ancora oggi i suoi compagni di partito. Ma la sinistra guadagna sei arrondissement e Delanoë comincia a sognare: un giorno potrebbe diventare sindaco della capitale. E allora bisogna prepararsi, cercare i collaboratori, garantirsi l'appoggio del vecchio amico Jospin. Occorre anche togliere ad amici ed avversari un argomento di bassa lega, ma spesso utilizzato per farsi la guerra, quello delle preferenze sessuali. Dopo aver riflettuto a lungo, Delanoë fa il suo «outing» in un'intervista televisiva, con pudore: «Sì, sono omosessuale». Punto e basta. Tutti lo elogiano per il coraggio e oggi tutti «se ne fregano», come dice lui stesso.

E' stato un gesto elegante e sofferto per quest'uomo in cui convivono orgoglio, vanità e fragilità. Autoritario, capace di trattare malissimo una segretaria e di sbottare durante una riunione, Delanoë è anche un insicuro, un uomo che fino all'ultimo si chiede se ha fatto la buona scelta. Molti lo giudicano troppo pallido, ma al giorno d'oggi il suo profilo è ideale: la gente vuole un sindaco che si occupa della città e che non ha ambizioni nazionali, chiede cose concrete non ideologie. Delanoë è modesto, competente, concreto. Forse il sindaco che la capitale, orfana di Jacques Chirac, cercava da sei anni.

(gi.mar)

 

Giovanna Melandri: anche l’Italia è matura per queste scelte
di Daniele Scalise da L'Espresso 15.03.01

Bertrand Delanoë, 51 anni a maggio, candidato socialista al municipio di Parigi, non ha certo basato la sua campagna elettorale sulla bellezza né tantomeno sulla ricchezza, essendo sprovvisto di entrambe. E come non bastasse, un paio di anni fa, ha osato persino dichiararsi omosessuale. L’anno prima era stato André Labarrère, suo compagno di partito e sindaco di Pau senza interruzione dal 1971, a fare il coming out su Radio Monte-Carlo.

Delanoë è dunque omosessuale senza essersi mai dedicato alla militanza gay. Pretende di essere, ed effettivamente è, un politico e basta. E da politico fa un’offerta precisa ai suoi concittadini. Spiega con dovizia di particolari il programma che ha in mente per amministrare la capitale. Afferma i propri obiettivi. E al primo turno si porta a casa il 31,31 per cento dei voti, mandando a gambe all’aria Jean Tiberi, sindaco uscente, che acchiappa appena il 13,92 per cento dei consensi e distanziando non di poco l’altro avversario, quel Philippe Séguin che si deve accontentare di un 25,74 per cento dei suffragi.

La destra francese piange lacrime amare. E furiose. Sta a vedere che al monumentale e pittoresco Hotel de Ville, con tanto di torretta centrale e cupole a tronco di piramide ai lati, va a insediarsi uno che ha ammesso, con la disarmante semplicità di chi non confessa una colpa ma descrive una condizione, di essere pedé, finocchio. Qualche cretino (anche nell’Esagono non mancano) si è divertito a imbrattare i manifesti di Delanoë proprio con quelle due letterine – PD – che dovrebbero ricordare l’insulto. Nella speranza, vana, che gli elettori si spaventino o si disgustino. Tutto inutile.

Al ministro dei Beni Culturali Giovanna Melandri, donna che più volte si è espressa in modo molto convincente sulla questione dei diritti civili delle persone omosessuali, chiediamo se una cosa del genere potrebbe mai accadere in un paese come il nostro dove il baciamano all’anello papale sembra essere una delle attività più intense della già avviata campagna elettorale. «Secondo me sì», risponde il ministro Giovanna Melandri. «Sono convinta che il nostro paese sia molto più maturo di come viene spesso descritto. Credo che ci sia un’Italia laica nelle scelte che riguardano lo Stato e la politica, un’Italia che saprebbe apprezzare le capacità amministrative e politiche di un uomo o di una donna che si dichiarino omosessuali. Il problema, semmai, è arrivare a delle candidature che non introiettino forme di autocensura».

Fatto sta che in Italia c’è un solo deputato che ha dichiarato ufficialmente di esser gay.

«Fatto sta che è un deputato di sinistra».

Certo, ma questo non risolve certo il problema del ritardo spaventoso con cui la sinistra si muove.

«Io penso che il problema è solo di riconoscere che il nostro paese è più avanzato di quanto la società politica lo interpreti. E questo vale anche la per la presenza delle donne, perché sono altrettanto convinta che l’Italia sia assolutamente pronta una classe dirigente e politica femminile».

Dov’è l’ostacolo?

«Il problema è il processo di formazione delle decisioni dei partiti e in particolare il processo di formazione delle candidature».

La questione francese mi pare addirittura un passo più avanti. A candidarsi non è un rappresentante del movimento omosessuale ma è un politico tout court che, tra l’altro, si dichiara omosessuale.

«E’ proprio questo il punto. Forse il limite di questi anni è stato quello di pensare che l’omosessuale entra in politica se rappresenta il movimento gay. Invece credo che siamo molto più avanti. I cittadini sanno distinguere, sanno scegliere in base ai programmi, ai progetti di trasformazione e l’identità sessuale non mi pare possa costituire un elemento discriminante».

Al momento, però, nessuno nel Palazzo fiata e la politica sembra ancora dominata da timori ottocenteschi.

«Forse questo ha a che vedere con un meccanismo di autocensura connesso a una visione della società italiana antica che, invece, è molto più libera di come i mezzi di comunicazione e la politica la rappresentano».

Parigi, vittoria a Delanoe ma la destra si fa avanti
da La Repubblica 18.03.01

PARIGI - La sinistra francese conquista Parigi. C'è' stata incertezza fino all'ultimo, ma alla fine lo spoglio delle schede ha dato la vittoria al candidato socialista Bertrand Delanoe. Il suo è stato un successo storico: la capitale francese è da sempre considerata un feudo dei partiti del centrodestra. Stavolta però è andata diversamente. L'uomo della sinistra ha battuto il suo principale rivale Philippe Seguin conquistando 91 seggi su 163. "Oggi i parigini e le parigine hanno deciso liberamente l'alternanza nella capitale", sono state le prime parole del nuovo sindaco della città. "È stata una vittoria dell'audacia e della ragione".

Vittoria della sinistra anche a Lione, terza città più popolosa della Francia. Anche qui fino all'ultimo c'è stato un serratissimo testa a testa. La maggioranza nel consiglio municipale è di 37 seggi, e le liste di sinistra capeggiate dal socialista Gerard Collomb si sono affermate su quelle guidate dal chirurgo "mago" del trapianto della mano, Jean-Michel Dubernard, e da Charles Millon.

I socialisti possono così consolarsi di una tornata elettorale amministrativa che non gli è stata favorevole. L'attesa "onda rosa" non c'è stata: i candidati della sinistra sono stati battuti in molte città importanti. E fra gli sconfitti ci sono molti ministri come quello della cultura Jack Lang (a Blois) e quello del Lavoro, Elisabeth Guigou, ad Avignone.

Martine Aubry, figlia di Jacques Delors ed ex-ministro del Lavoro, invece, si è imposta nella corsa al municipio di Lilla. La sua lista di sinistra, nella quale sono confluiti i Verdi per il secondo turno, ha vinto nettamente le elezioni.

I dati della amministrative erano attesi come un primo test in vista delle presidenziali del 2001. Ma nessuna delle parti può dire davvero di aver vinto. La Francia resta ancora molto divisa. E se da un lato premia i successi politici del premier Lionel Jospin, dall'altro consegna importanti successi agli uomini del presidente della Repubblica Jacques Chirac. Il duello fra i due, che continuano la loro difficile coabitazione ai vertici dello Stato, è quindi destinato a continuare.

DELANOË: UN PROTAGONISTA INATTESO 
La forza tranquilla e discreta di un gay dichiarato

Di Antonella Tarquini da La gazzetta di Parma

NOSTRO SERVIZIO PARIGI - Bertrand Delanoë, l'uomo che potrebbe dopo decenni strappare alla destra la poltrona di Parigi, non ha un carisma particolare. Non è un «elefante politico», è gay e lo ha dichiarato con un tale, sereno orgoglio, che nessuno ne ha fatto un'arma contro di lui, tranne ovviamente l'estrema destra di Jean Marie Le Pen. Ha qualcosa di più, che esula dagli stereotipi: il fascino discreto dell'uomo serio, riservato, che non ama far parlare di sé. Senza la prosopopea dei suoi rivali, accosta la gente con la semplicità e la sensibilità del medico di famiglia di una volta. Ha 50 anni, è magro e compunto, un passato pulito, sgombro da storie di clientelismo e corruzione. Pulito come il suo volto dall'espressione un po' näif, che ricorda il «Petit prince» di Antoine de Saint-Exupery così caro ai francesi.

Ne ha sorpresi non pochi quando, cominciata la cavalcata verso l'Hôtel de Ville, si è definito «una persona sensibile, un affettivo che si cura con la razionalità». Come a dire che sul ring della politica non ci sono soltanto killer, ma anche chi sa affermare senza vergogna che «assumere le proprie fragilità è una forza».

L'aver dichiarato pubblicamente la sua omosessualità, in una trasmissione televisiva di M6 _ lui che ha addirittura una sorella suora _ è stata una scelta politica precisa, in pieno dibattito sul Pacs, il patto civile di solidarietà che regola amministrativamente le unioni tra omosessuali. «La sinistra non aveva il coraggio di dire pane al pane e vino al vino, dice, così ho deciso che dovevo dare il mio contributo ad una lotta in cui mancavano i lottatori».

Dietro alla facciata timida e pudica, c'è un uomo determinato per il quale la politica non è un hobby, ma qualcosa che si annida nel Dna. A 22 anni è entrato nella famiglia socialista e da sempre è visceralmente fedele a Lionel Jospin. Affetto peraltro ricambiato. A Delanoë piace sostenere che la sua candidatura alla conquista di Parigi non sia stata un ripiego dopo che il premier ha dovuto rinunciare a due personaggi popolari come Jack Lang, attuale ministro dell'Istruzione, e Dominique Strauss-Kahn, ex superministro delle Finanze coinvolto in scandali finanziari. Eppure ha passato qualche anno difficile, a causa degli «elefanti» di casa sua: nel 1985 lasciò il comitato direttivo del Ps, umiliato dalla sconfitta alle municipali e per questo fischiato, lui mitterandiano sfegatato, al congresso di Tolosa. Ha venduto la casa di Montmartre accanto a quella della sua amica del cuore, Dalida, e per qualche anno ha lavorato in pubblicità. Fino al ritorno in politica nel 1993.

Nato a Biserta, in Tunisia, figlio di un geometra nato da un marinaio che trovò moglie in uno scalo al porto di Livorno, ha per l'Italia un amore particolare, tanto che ha voluto nelle sue liste sette italiani di Parigi, dove spera di far suonare le trombe della rivincita 130 anni dopo l'epopea della Comune.

 

Omosessuale, ma non conta 
Delanoë alla conquista di Parigi
ALLA SCOPERTA DEL CANDIDATO SOCIALISTA NON NASCOSTO NE’ «VELATO», SENZA PAURE O VERGOGNA

da la Stampa 09-MAR-2001
Filippo Ceccarelli

ANCHE in campagna elettorale le cose non dette, o se si vuole quelle che si danno per scontate, sono in realtà di gran lunga le più importanti. Così, in consapevole violazione di ogni norma «politically correct», varrà subito la pena di sottolineare che con la vittoria di Bertrand Delanoë, candidato sindaco della sinistra, per la prima volta nella storia con molta probabilità i parigini saranno governati e rappresentati da un gay.

Ma non da un gay nascosto, o «velato»; da un gay consapevole e dichiarato, e quindi da una persona che a un certo punto della sua vita e del suo impegno pubblico (1998) ha sentito il bisogno di uscire allo scoperto (in gergo «coming out»). E l’ha fatto opportunamente in tv, sotto la luce dei riflettori, e quindi con quel tanto di catarsi mediatica che a molti altri omosessuali - anche politici - appare come un baratro entro cui il proprio essere più profondo rischia di smarrirsi in un vortice di paure, di vergogna.

Eccolo, dunque, la sera, Delanoë nella palestra della scuola elementare di rue de l’Arbre Sec. Pubblico popolare, odore di cucina orientale, campane di sottofondo, secchi di plastica con fiori per le donne (è l’8 marzo). Si nota questo orientamento sessuale? No, assolutamente; e poi si tratta di una curiosità qui in Francia condannata come indiscreta. Tra le sacre virtù della République c’è la più netta e rivendicata distinzione tra pubblico e privato. Eppure, chiunque, per ventura, si sia dedicato a studiare l’eterno binomio sesso e potere sa benissimo che quella distinzione è spesso solo un auspicio, o una rassicurante auto-rappresentazione.

E comunque: eccolo. Dice «noi», non parla in prima persona; è competente, ha una bella voce profonda. Non alto, ma nemmeno basso; non bello, ma neppure brutto; non famoso (tanto che ancora lo chiamano Bernard, o addirittura Pierre), non carismatico, non fascinoso, non ricco. «Praticamente normale», si direbbe, adattandogli il titolo del bel saggio di Andrew Sullivan sulla condizione omosessuale in questa epoca di tempi compressi e potenti trasformazioni.

Delanoë è figlio di un geometra e di un’infermiera, separati; fino a 14 anni è vissuto in Tunisia, facendo a tempo a rientrare nella poco agognata categoria dei coloni francesi rientrati (o cacciati) dal Maghreb, i «pieds-noirs». Adolescente fragile, sognatore; il Sessantotto; il partito socialista, la svolta della sua vita. Giovane dirigente un po’ secchione, primo della classe, in rapida ascesa, poi «segato». Nel 1986, una crisi si direbbe esistenziale; vende la casa (vicino a quella della sua amica cantante Dalida), molla la politica, si mette in pubblicità, pur restando nell’ambito del club socialista pieno di giovani leoni che la morte di «Dieu», cioè di Mitterrand, ha reso sempre più rampanti, l’uno contro l’altro.

Inizio Anni Novanta: rientra nel partito, federazione parigina, barcamenandosi fra Jospin, Bérégovoy, Fabius, Strauss-Kahn, Lang; lavora sul territorio, ma il potere della destra sembra eterno; lo mettono a capolista perché non oscura nessuno, non sembra averne la stoffa. E in effetti ancora oggi che i sondaggi lo danno vincente, Bertrand appare né più né meno quello che anni orsono, in Italia, si sarebbe definito un medio «quadro» di partito. Ma attenzione: è proprio questa sua normalità che, insieme all’indifferenza (una frase e un rigo appena in lunghi articoli) con cui si dà conto della sua «gaytude», ecco, è precisamente qui che si rivela la vera novità del personaggio, sulle cui spalle, ieri fasciate da una giacchetta stazzonata color grigio chiaro, rischia davvero di caricarsi un vero passaggio storico.

E insomma: la politica-politica c’entra fino a un certo punto. Non c’è dubbio che la riconquista di Parigi da parte della sinistra è certamente un fatto politico di rilievo. E tuttavia, su un altro piano, sul piano dei modelli, dei comportamenti e delle trasformazioni del potere, l’eventuale vittoria elettorale e la susseguente investitura a sindaco di Delanoë - e solo sua, come persona, non come partito - risalta come la più compiuta legittimazione dell’omosessualità. Qualcosa di paragonabile all’avvento del suffragio universale nel XIX secolo, al diritto di voto delle donne, all’affermazione dell’uguaglianza razziale.

Nessuno oltretutto ha a che ridire. Solo ieri, e solo in una zona di Parigi, alcuni manifesti elettorali di Delanoë sono stati imbrattati con le lettere spray «PD», che stanno per «pedé», pederasta, frocio. Nessuno del resto strilla, come in Italia, invocando i valori della famiglia. La famiglia, anzi, è un temaccio per i suoi avversari, come il sindaco uscente di Parigi, Jean Tiberi, che dava alloggi del comune al figlio e alla figlia (che li riaffittavano pure), oltre che inutili, ma costosissime collaborazioni alla moglie, la fantastica Xavière, Saveria. Più famiglia di così...

Bertrand non ha figli, né moglie, né mogli. Al momento non si sa nemmeno se abbia un compagno stabile. E però dice, con innegabile buonsenso: «Non bisogna chiedersi se Parigi possa o meno avere un sindaco omosessuale, ma se il progetto di questo candidato sia giusto». Delanoë non è un professionista dell’omosessualità; che vive all’interno di una vita piena e integrata. Niente barricate, né proclami, ma nemmeno zone d’ombra. Da politico, è per una linea pragmatica: si adegua alla norma per adeguare le norme.

Se non fosse morto (di Aids) sarebbe interessante sapere come reagirebbe all’eventualità di un sindaco omosessuale Michel Foucault, pure lui parigino, pure lui gay, grande studioso del volto cupo e pervasivo del potere; un intellettuale che, scuotendo rabbiosamente le sbarre della sua gabbia di ferro, nell’omosessualità riusciva a scorgere solo una categoria dell’oppressione. Mentre ora è abilitata alla direzione della capitale; e di quale capitale.

Vero è che se da qualche parte del mondo doveva succedere, a pensarci bene non poteva che essere a Parigi. E non solo perché qui non c’è il Papa, ma una borghesia illuminata da qualche secolo, né vi albergano residui di puritanesimo di marca anglo-sassone. Basta fare due passi nel Marais per capire che lo spazio gay si è enormemente dilatato, e che il cambiamento mette in gioco forze più profonde, a loro volta favorite dalle dinamiche culturali e dall’economia. Decine di bar, di saune, di club, ma anche di palestre, negozi, assicurazioni, agenzie di viaggi, di servizi fotografici, gruppi sportivi, religiosi. Un’umanità anche parecchio diversificata, ormai, in giro per le strade: i fidanzatini e le maschiacce, il provincialotto e l’artistoide, la camionista e il trans. Quasi tutti e tutte a reddito medio-alto e cultura superiore alla media. Gente senza figli che spende e spande. Soldi e voti. Un pezzo di società post-moderna che non chiede rappresentanza, ma se la prende.

Per chi viene dall’Italia, avendo in testa i proibizionismi vaticani, i vittimismi dei gay esclusi dalle liste, i leader della sinistra che fanno i furbi tra mille imbarazzi e quelli della destra che non vogliono i maestri gay; per chi viene dall’Italia dell’onorevole leghista Calderoli che «facciamo una contro-manifestazione etero e poi ci contiamo», del sindaco «Albertina» che fa il diavolo a quattro e del ministro Pecoraro Scanio che magari prova a ridurre il danno parlando di bisessualità, ecco, la scelta, la storia e in fondo la soluzione politica e personale di Bertrand (non Bernard, né tantomeno Pierre) è qualcosa che lascia attoniti e al tempo stesso ammirati.

Qui, del resto, dopo una notevole battaglia all’Assemblea nazionale, è stata approvata una legge sul patto civile di solidarietà (pacs), che in pratica legittima ogni tipo di unione civile. In quell’occasione Delanoë si sentì in dovere di compiere quella specie di atto di fede nella resistenza della propria identità e sincerità. E di dirlo a tutti, che lui era anche gay. Forse il primo sindaco gay della civiltà europea.

Parigi, la carica gay della Gauche
Dopo 101 anni sconfitta annunciata della destra

di Enrico Benedetto

Alla presa della Nuova Bastiglia, la Gauche si allenava da 101 anni, quando le cronache ne registrarono l’ultima vittoria «nazionalista». Ma il conto alla rovescia è ormai agli sgoccioli: dieci giorni tondi separano gli eredi del populismo tardo-ottocentesco dal trionfo. Almeno, così giurano gli ultimi sondaggi clandestini. Il sanculotto versione 2001 è Bertrand Delanoë, rosa come il ps e come l’orgoglio gay: capo di un’opposizione ormai sulle barricate, omosessuale dichiarato e jospiniano di ferro. L’ancien régime lo incarnano invece l’attuale sindaco Jean Tiberi e il suo carissimo nemico Philippe Séguin. Il primo in versione clientelistico-paternalista, l’altro in nome d’un riformismo zelante quanto patetico che risparmi a Jacques Chirac lo schiaffo di una Parigi sinistrosa come la Francia circostante.

Del duello fratricida potrebbero approfittare in molti. Ma l’estrema destra è al lumicino, con un Le Pen ormai senile. Quanto ai Verdi, la loro bandiera - Daniel Cohn-Béndit - è a mezz’asta da quando l’ex leader sessantottardo ha dovuto riconoscere che sì, un suo vecchio libro conteneva effettivamente torbidi passaggi d’incitazione alla pedofilia libertaria. Morale, avanti tutta per Delanoë, l’unico a poter perdere le Comunali.

Per chi ancora dubitasse che Parigi eclissi da sempre la Francia trasformandola in uno sterminato contado, le Municipali dell’11-18 febbraio costituiscono il colpo di grazia. Malgrado i lodevoli sforzi di giornali e radio-televisioni per descriverci un possibile sorpasso rosa a Marsiglia e Lione, o la feroce resistenza della Destra - grazie all’ex premier Alain Juppé - in quel di Bordeaux, solo la Tour Eiffel «aggancia» davvero. In effetti, la telenovela parigina è troppo ghiotta per non sedurre. Il duello Tiberi-Séguin si direbbe scritto da Feydeau e messo in scena da Sacha Guitry, cruenta commedia da boulevard più vera del vero. Quanto a Delanoë, che il suo carisma sia l’assenza di carisma non è una boutade.

Ma dietro gli uomini, le armi e gli amori d’una campagna atipica, in cui Chirac si direbbe brilli per impotenza e la first lady Bernadette - improvvisatasi fan seguinista - tenti invano di limitare i danni, c’è, soprattutto, una città che cambia. Parigi la Ricca votava tradizionalmente con il portafoglio, e non solo nell’opulento XVI arrondissement dove i comunisti faticano a raggiungere il 2%. Occultando l’originaria carica eversiva del gollismo, ne aveva fatto una religione civica da benpensati vagamente patriottici.

Peccato che siano arrivati i «bobo» a guastare la festa. Nessun dizionario registra ancora l’acronimo, ma il suo esordio sul Larousse pare imminente. Sono i «borghesi bohémiens», inattesa razza padrona di una capitale che aveva smesso di guardarsi allo specchio e oggi allibisce scoprendo fattezze diverse. Assolutamente impermeabili all’eredità gollista - velleitario-eroica stile Séguin o imbolsita come il clan Tiberi - chiedono a Parigi servizi, occasioni d’incontro, chances scolastiche e professionali, ecologia urbana e slancio innovativo. Incontrollabili secondo i parametri ideologici tradizionali, si riconoscono tuttavia nell’atipicità di Bertrand Delanoë. Single, ma anche coppie e famiglie. Alle ultime, oceaniche parate Techno e Gay - per tacere Halloween - non faceva forse ala un’inedita folla di mamme, babbi e, talora, nonni?

Il ludico metropolitano, che spiazza i valori d’una città a lungo fondamentalmente austera e un po’ tronfia come l’architettura hausmanniana (salvo le inevitabili enclaves: Quartiere Latino, Montmartre) parla ormai al cuore dell’elettorato. Ma per Séguin, l’uomo della crociata anti-Maastricht, e per il grande faccendiere Tiberi impastoiato nella ragionieristica gestione dei favoritismi, i «bobo» sono creature metafisiche. Delanoë, al contrario, ne integra in qualche misura le aspirazioni portandoli in dote alla Sinistra. Non avrebbero mai votato un uomo del serraglio mitterandiano.

L’ipnosi da potere, l’intelligenza al servizio d’una ambizione ipertrofica sono loro estranei. Vorrebbero un sindaco qualunque, ma non qualunque sindaco. Bertrand Delanoë ha l’identikit ideale e tuttavia un’inconfessata paura di non farcela. Perché Parigi potrebbe improvvisamente ricordarsi, fra i due turni, del buon tempo antico e ritrovare nel tardivo embrassons-nous Séguin-Tiberi il colpo di reni per soffiare lo sprint all’onesto gregario in fuga da mesi con la maglia rosa.

 «La gente considera la mia dichiarata omosessualità un dettaglio trascurabile» 
La Stampa 15 marzo 2001

BERTRAND Delanoë, dopo la sua pole position al primo turno nelle Comunali parigine, Jacques Chirac manovra dall’Eliseo per scongiurare una vittoria della Gauche federando in extremis la Droite. Lo trova normale? E il suo avversario gollista Philippe Séguin le sembra davvero groggy ora che gli dettano la linea da Palazzo? «Chirac faccia quello che vuole. Tanto più che non domanda la mia opinione per immischiarsi nella campagna elettorale a Parigi. Servirà? Oggi la Destra non ha più candidati validi per l’Hôtel de Ville. Séguin lo rimane, ma a livello nominale. Gli osservatori sono quasi unanimi: pur gareggiando da mesi per la poltrona di sindaco, non ha mai saputo mostrarsi davvero credibile. Stimo più l’uomo che il ruolo affidatogli. La Destra parigina è un crogiuolo di odi tenaci. Ogni clan raccoglie materiale compromettente sugli altri. Solo nelle decisioni clientelari si ritrovano d’accordo». Allora vincere domenica sara facile. O no? «E’ uno scrutinio incertissimo. Diciamo che ho una chance su due. Per me l’alternanza a Parigi, dopo 101 anni, resta una semplice ipotesi. Non è scaramanzia, ma prudenza». La stupisce che Parigi non sanzioni oltremisura il sindaco Tiberi, malgrado gli scandali? «Non mitizziamo l’elettorato. Anche i cittadini hanno, come noi politici, i loro bravi difettucci. Però m’indigna, anzi trovo nauseabondo, che nel quinto Arrondissement Séguin ora inviti a votare Tiberi dopo averne criticato con veemenza le corruttele. Non se lo meritava, Parigi. Le elezioni bisogna vincerle partendo da un progetto, sennò è pura bagarre per spartirsi le poltrone chiave. Io faccio politica. Per strada, al caffè, nei bistrot... Il potere m’interessa, ma non in sè: vorrei usarlo trasformando Parigi, una città museo che non prende rischi per principio e si chiude entro la sua torre d’avorio. Voglio incarnare l’alternativa, sì. Ma per il resto sono un uomo qualunque, e intendo rimanerlo da sindaco. Credo nell’amicizia, e pratico la naturalezza». Dichiararsi omosessuale le è costato? «Non lo feci a freddo. C’era una discussione politica e sociale in corso sul pacs, il ’’patto civile di solidarietà’’ che può legittimare le coppie gay. La Sinistra lo difendeva, ma senza appassionarsi troppo. I liberticidi, invece, andavano giù duro. Morale, un bel giorno dissi in pubblico a sorpresa che ero gay. Aggiungendo: ’’Spero mi diciate ’e chi se ne frega’?’’. Invece sono tuttora vittima di attacchi politici in materia. Ma la gente, al contrario, sembra considerare la mia omosessualità un dettaglio trascurabile. In settimane di incontri per la strada o in piazza, non ricordo una sola domanda sul Delanoë gay». Il suo slogan è «cambiamo era». Ma lo stacco ha bisogno di simboli. Mitterrand salì al Panthéon rosa in mano. E lei? «Non cambierò stile per motivi d’immagine. Temo l’effimero. Se dovessi ritrovarmi sindaco, il primo ’’gesto’’ sarà discutere il budget. Ci sono cose più romantiche o esemplari, ma lo ritengo prioritario. Andrò tuttavia come ogni 19 marzo all’Etoile, per commemorare la guerra d’indipendenza algerina, e beninteso i caduti francesi. Chirac e Tiberi non lo facevano». Descrivono Parigi come una città che ha la Destra nel sangue. E’ d’accordo? «Anche l’anima può cambiare. E comunque annovero tra i miei elettori uomini e donne che votavano a Droite. Bertrand Delanoë è, in primis, un democratico. Vorrei soltanto che Parigi si riscoprisse generosa, solidale, inventiva, verde, multietnica. Ed efficiente. Il Comune deve aiutare i cittadini a comprarsi la casa. Poi ci sono quelle insalubri - centinaia, con rischio saturnismo per duemila bambini - che bonificherò. Aggiungiamoci il bisogno di riequilibrare socialmente gli arrondissement, un maxi tram sulla tangenziale interna, nuove case a prezzi politici e ammende salatissime per i proprietari di cani che sporcano i marciapiedi. Sì, sono un individualista che crede nel bene collettivo».



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