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omofobia
cronaca

PERCHE' CI UCCIDONO? 
Intervista a Francesco Bruno
Massimo Allen - Pride - Ottobre 2001

L'Italia è li terzo paese al mondo per numero di vittime di serial killer: sono dati ufficiali. E si sospetta che fra le vittime preferite di questo tipo di assassini ci siano gay e viados. Questo problema s'innesta su quello degli assassini di gay, sui quale forze di polizia e "ambienti gay" congiurano per non far luce. A Roma, una delle città più colpite, l'insistenza del movimento gay sta stimolando li inquirenti a smettere di sottovalutare il problema.
Ma altrove? Ne discutiamo con un criminologo, Francesco Bruno

Roma ha paura, e non potrebbe altrimenti. Sono ventisei i delitti gay avvenuti qui dal 1990, più di due all'anno, una media tremenda. L'ultimo il 29 agosto: Francesco Mercanti, impiegato di banca in pensione, sessantunenne; nel momento in cui scriviamo, non si conosce ancora il colpevole.
Non è un caso raro: solo undici sono i casi risolti con l'individuazione dell'assassino. Gli altri omicidi non hanno ancora un volto; s'affaccia di nuovo il timore che, almeno dietro alcuni di questi episodi, vi sia un'unica mano, un mostro. Un serial killer. Le indagini della polizia hanno più volte percorso questa strada, che d'altra parte viene avvalorata anche dagli studiosi della materia.
L'Osservatorio di Psicopatologia forense dell'università "La Sapienza", ad esempio, mette in relazione otto dei quindici delitti ancora irrisolti, teorizzando che dietro di essi vi possa essere un solo colpevole, un omicida seriale di gay.
Non sarebbe l'unico. L'analisi di tutti gli assassinii avvenuti in Italia negli ultimi venticinque anni spinge infatti l'osservatorio a una congettura: nella Penisola si conterebbero ben trentuno serial killer in libertà. Si va dal "mostro delle nigeriane" (4 vittime a Torino), allo "strangolatore di Bergamo" (4 omicidi), dal "dottor Morte" (2 delitti a Milano) all'"uccisore di viados" di Torino (4 cadaveri alle sue spalle).Tutti casi irrisolti.
In questo triste elenco, spiccano anche i "killer dei gay". Sarebbero sei: a Roma, come detto, ma anche a Torino (3 omosessuali uccisi), Genova (3), Milano (5), Bologna (4), Napoli (4). È solo un'ipotesi, seppur formulata dai massimi esperti in materia; potrebbero non esserci affatto serial killer, o potrebbero essere meno di sei (se non altro perché il possibile omicida seriale potrebbe aver colpito anche in città diverse). Ma l'inquietudine è più che giustificata.
"La vittima preferita di un serial killer è "indifesa", spiega il professor Ugo Fornari dell'Università di Torino.
"Dunque: donne e bambini, ma anche omosessuali e "di versi" tout court.
Le cronache del passato confermano che siamo una minoranza a rischio. Anche tra i gay sceglievano le loro vittime i neonazisti Wolfgang Abei e Marco Furlan, che tra il 1977 e il 1984, firmandosi "Ludwig", uccisero quindici persone in Veneto e a Milano
Con un omosessuale nel 1980 iniziò la propria avventura di serial killer Andrea Matteucci, il "mostro di Aosta", che uccise anche tre prostitute, l'ultima nel 1995, bruciandone poi i corpi.
Un travestito (oltre ad altri due uomini) cadde sotto i colpi di Pierluigi Cono, il "mostro di Leffe", che dopo l'omicidio si serviva dei documenti delle vittime per compiere truffe alle banche, tra il 1987 e il 1989.
Un gay sessantenne e una ragazza sedicenne furono invece le vittime, tra il 1992 e il 1993, di Raffaele Di Stefano, il "sanguinano di Aversa".
Di diversi delitti omosessuali venne accusato l'algerino Mohammed Koudri, sotto la Madonnina.
E Gaspare Zinnanti, il "mostro di Milano", ha al suo attivo anche due omosessuali (con i quali aveva avuto rapporti) tra le sei persone uccise nel 1997 per "salvare loro l'anima" poiché "volevo loro bene, non volevo che soffrissero, la vita è triste".
Non in tutti questi casi è possibile parlare di un serial killer, che è "sano di mente" e non un paranoico delirante come Zinnanti. Quel che è certo, però, è che il delitto seriale è in fortissima crescita nel nostro Paese. Secondo l'agenzia di stampa inglese Reuters, che cita dati dell'Fbi americana, l'Italia sarebbe terza al mondo quanto a omicidi di questo tipo, dopo Usa e Giappone. Fino a qualche anno fa, ci precedevano anche Gran Bretagna e Germania, poi l'exploit del Belpaese. L'Osservatorio di psicopatologia ha contato una cinquantina di serial killer noti negli ultimi decenni, con quasi 250 vittime; più altri nove omicidi seriali che agivano in gruppo, con 32 assassinii.
"Parliamoci chiaro: spesso per un serial killer di gay è sin troppo facile uccidere e farla franca, e se possibile, ancora di più: le indagini sono spesso raffazzonate, questi delitti sono ancora considerati di serie B".
Parliamoci altrettanto chiaro: da un colloquio con Francesco Bruno, il più noto criminologo italiano (l'avrete magari visto al "Costanzo Show"), non si esce affatto tranquillizzati. Lui, professore ordinario di Psicopatologia forense all'università La Sapienza di Roma, maneggia la materia con freddezza accademica e dice le cose come stanno. Che poi l'interlocutore ne risulti scioccato, fatti suoi.

"Professore, gli omosessuali sono una categoria "a rischio" serial killer?"

Certamente si riscontra una frequenza troppo alta di vittime omosessuali. Si tratta di omicidi dettati perlopiù da motivi d'intolleranza e d'odio; spesso, infatti il movente più immediato della rapina ne nasconde un altro: il pregiudizio.

"A Roma vi sono stati 26 omicidi dal 1990 a oggi. Solo undici casi sono stati risolti. E possibile ipotizzare l'esistenza di un serial killer?"

Parlare di serial killer è possibile almeno per un certo numero di questi delitti: tra le sei e le otto vittime sono state infatti colpite con modalità più o meno analoghe.
Intendiamoci: oltre al modus operandi non vi sono, ad ora altri elementi che leghino necessariamente tra loro questi episodi; ma non si può negare l'ipotesi teorica che dietro ad essi vi sia un cacciatore di omosessuali. Tra l'altro non è detto che questi agisca solo a Roma, poiché omicidi seriali di gay, seppure meno numerosi, sono riscontrabili anche in altre città: Milano, Torino, Bologna
Napoli, Genova, Firenze.

"Praticamente ovunque..."

Possiamo solo dire che nelle nostre città c'è un pericolo molto forte per gli omosessuali che hanno certi tipi di frequentazioni.
Non mi riferisco tanto ai rapporti occasionali in sé, quanto a quelli con persone sconosciute e marginali e che magari fanno sesso per lavoro.
Spesso queste persone non sono veri omosessuali, ma accettano di avere rapporti solo per soldi; iniziano quindi a nutrire paranoici sensi di colpa, sviluppano odio e aggressività contro l'omosessuale che accusano di spingerli a comporta- menti per loro non del tutto piacevoli. È il contesto nel quale, il più delle volte, si generano le situazioni che portano all'omicidio.

Qual' è la tipologia degli assassini di gay?

Spesso sono extracomunitari provenienti da Paesi di nuova immigrazione. Molti sono dell'Est: rumeni, bulgari e polacchi. Meno frequentemente si tratta di africani: c'è un larvato razzismo tra i gay, preferiscono avere rapporti coi bianchi, quindi scelgono ragazzi dell'Est. Questi hanno usi, abitudini e cultura assai diversi dai nostri; giungono in Italia e vengono marginalizzati, diventano prostituti.
Conoscono il loro cliente, il più delle volte vengono trattati molto bene, per qualche tempo ne hanno i favori e i soldi. Poi capita che questo atteggiamento venga meno, o perché il cliente si stanca e vuole passare ad un altro prostituto, o perché è lo stesso ragazzo ad avanzare richieste eccessive, ottenendone un rifiuto. L'una e l'altra cosa generano frustrazione e rabbia, tanto da portare all'omicidio. Alcune volte questo è accompagnato dalla rapina dei beni di valore, altre volte no, a testimonianza di come tale atto si derivato da uno scoppio d'ira improvviso, non premeditato.
Di solito gli omicidi se ne vanno subito dalla città del delitto: sono ragazzi senza radici stabili. Fuggono, in molti casi tornano al loro Paese d'origine, in altrivanno in altre zone d'Italia dove possono colpire nuovamente. Sembrano scomparire nel nulla.

Come il famoso Marian tre dita, che parrebbe essere responsabile di più di un delitto romano.

Esatto. Non si è più trovato, pur avendo quel forte segno di riconoscimento che è, appunto, la mano con tre dita; chissà dove sta a quest'ora.

Com'è possibile che questi assassini possano così facilmente sfuggire alle forze dell'ordine? Non sono freddi killer professionali...

Sono due i motivi fondamentali.
Da una parte dobbiamo sottolineare come vi sia pregiudizio nelle forze di polizia. Ciò accade non tanto nelle grandi città, dove ormai sono forti le pressioni perché le indagini su questi delitti siano approfondite, quanto in provincia. Qui è ancora radicato l'atteggiamento tradizionale di chi dice: "se la sono cercata, se la sono voluta e quindi chissenefrega".
Non si assiste certamente alla stessa mobilitazione che si riscontrerebbe per esempio, se l'uccisa fosse una ragazza senza nessun precedente penale.
Una storia del genere colpirebbe la fantasia della gente e terrebbe banco sulle prime pagine dei giornali, spronando quindi la polizia ad indagini serrate. Un delitto omosessuale stimola invece nella maggior parte delle persone solo repulsione; questo atteggiamento si traduce spesso in indagini superficiali. Insomma,quelli dei gay sono delitti un po' di serie B.

Accennava anche a un secondo motivo che rende difficile individuare e fermare i killer. Quale?

Vi è un atteggiamento speculare a quello delle forze di polizia: è quello della comunità gay, che non collabora

Perché?

Vi sono i gay dichiarati, che magari fanno parte di circoli culturali o associazioni e quindi non hanno problemi ad uscire allo scoperto. Ma gran parte degli omosessuali ha ancora timori a esporsi, non vuole testimoniare. Farlo significherebbe dichiararsi e quindi mettere in crisi tutto un sedimentato modus vivendi fatto di finzioni.
Problematico è anche l'atteggiamento di chi, nello specifico, va con le marchette: le potenziali vittime. Si tratta in genere di persone sole, che proteggono questi ragazzi, trattandoli come se fossero loro parenti, figli o nipoti. Non si aspettano che possano avere comportamenti violenti. Di più: anche di fronte all'evidenza non accettano l'idea dell'aggressione, la rifiutano.
Questi sentimenti "affensivi" s'innestano su una situazione che già a priori li spinge a non collaborare con le indagini: il timore di mettersi in discussione, di rompere un fragile equilibrio raggiunto chissà da quanti anni, di compromettere quello che è un comportamento "l'andare con i prostituti" al quale sono ormai abituati e che è tipico di certi gay incapaci di accettarsi o che comunque per qualche motivo sono ancora "velati" o in conflitto con loro stessi. Hanno quindi timore di dover abbandonare un'abitudine alla quale sentono di non poter rinunciare: la ricerca di un compagno per una notte a pagamento.
È una remora dettata da mille problemi, ma che ha una conseguenza precisa: in caso di delitto maturato in quell'ambiente non c'è quasi mai una spontanea partecipazione di gente che dice quel che ha visto o saputo. Solo quando questo si verifica la polizia di solito riesce almeno a identificare il responsabile.
Catturarlo risulta molto più difficile: l'assassino in genere ha sempre molto tempo a disposizione per la fuga, magari verso il proprio Paese d'origine. E chi lo prende più, in Bulgaria o Romania?

Come mai ha tutto questo tempo per fuggire?

Questi delitti si verificano quasi sempre nella casa della vittima, che vive sola, tende a nascondersi, a isolarsi anche rispetto al proprio vicinato, non presenta gli occasionali compagni agli amici, non ne parla con nessuno. Spesso il delitto è scoperto dopo molte ore e non ci sono elementi per risalire subito all'assassino. Sono omicidi fin troppo facili, anche quando non sono premeditati. Le vittime sono in genere d'età avanzata, la media supera i cinquant'anni.

Tra i serial kìller "storici" ve ne sono stati alcuni che colpivano in particolare gli omosessuali?

V'è stato qualche caso. Penso al gruppo di Ludwig, che colpiva quelli che considerava tutti i "rifiuti della società", quindi anche i gay O al cosiddetto "mostro d'Aosta".
Però in Italia non sono mai emersi casi come quelli degli Stati Uniti oppure nell'Inghilterra, killer specifici di gay. Nè killer gay di gay, come l'inglese Dennis Nilsen, che uccise sei o sette omosessuali e li seppellì sotto le assi di legno della sua camera. Li aveva avuti nel suo letto, li teneva lì il più possibile, non voleva che se ne andassero, quindi li uccideva e li seppelliva sotto.

Parlavamo prima di quanto fossero raffazzonate le indagini su quelli che lei ha definito "delitti di serie B". Gli omicidi seriali non risolti sono molto numerosi nel nostro Paese...

In Italia vi sono investigatori molto bravi, specie nelle grandi città, che il più delle volte si specializzano però in altri campi: lotta alla mafia eccetera. Soprattutto in provincia, invece, c'è molta impreparazione, manca la conoscenza delle tecniche d'investigazione. La cosiddetta "Unità per l'analisi del crimine violento" non è efficiente nè dotata di personale specializzato.
Siamo, insomma, all'anno zero in materia, si assiste a incredibili errori. S'investiga con qualche risultato sui delitti sui i quali converge l'attenzione dell'opinione pubblica (e non sono, come abbiamo visto, quelli che riguardano i gay). Degli altri non gliene frega niente a nessuno: il colpevole viene ricercato con i soliti antiquati strumenti di polizia, con le testimonianze (che, come abbiamo visto, per i delitti omo spesso scarseggiano) o attraverso le impronte digitali. Se non si trova nulla, s'archivia tutto.

Così l'Italia è terza al mondo quanto a delitti seriali.

Già. Quando nel 1995 me ne occupai per la prima volta, eravamo al quinto posto. Poi ci siamo "dati da fare"...

 

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