L'Italia è li terzo paese al mondo per numero di vittime di serial
killer: sono dati ufficiali. E si sospetta che fra le vittime preferite
di questo tipo di assassini ci siano gay e viados. Questo problema
s'innesta su quello degli assassini di gay, sui quale forze di polizia e
"ambienti gay" congiurano per non far luce. A Roma, una delle
città più colpite, l'insistenza del movimento gay sta stimolando li
inquirenti a smettere di sottovalutare il problema.
Ma altrove? Ne discutiamo con un criminologo, Francesco Bruno
Roma ha paura, e non potrebbe altrimenti. Sono ventisei i delitti gay
avvenuti qui dal 1990, più di due all'anno, una media tremenda.
L'ultimo il 29 agosto: Francesco Mercanti, impiegato di banca in
pensione, sessantunenne; nel momento in cui scriviamo, non si conosce
ancora il colpevole.
Non è un caso raro: solo undici sono i casi risolti con
l'individuazione dell'assassino. Gli altri omicidi non hanno ancora un
volto; s'affaccia di nuovo il timore che, almeno dietro alcuni di questi
episodi, vi sia un'unica mano, un mostro. Un serial killer. Le indagini
della polizia hanno più volte percorso questa strada, che d'altra parte
viene avvalorata anche dagli studiosi della materia.
L'Osservatorio di Psicopatologia forense dell'università "La
Sapienza", ad esempio, mette in relazione otto dei quindici delitti
ancora irrisolti, teorizzando che dietro di essi vi possa essere un solo
colpevole, un omicida seriale di gay.
Non sarebbe l'unico. L'analisi di tutti gli assassinii avvenuti in
Italia negli ultimi venticinque anni spinge infatti l'osservatorio a una
congettura: nella Penisola si conterebbero ben trentuno serial killer in
libertà. Si va dal "mostro delle nigeriane" (4 vittime a
Torino), allo "strangolatore di Bergamo" (4 omicidi), dal
"dottor Morte" (2 delitti a Milano) all'"uccisore di
viados" di Torino (4 cadaveri alle sue spalle).Tutti casi
irrisolti.
In questo triste elenco, spiccano anche i "killer dei gay".
Sarebbero sei: a Roma, come detto, ma anche a Torino (3 omosessuali
uccisi), Genova (3), Milano (5), Bologna (4), Napoli (4). È solo
un'ipotesi, seppur formulata dai massimi esperti in materia; potrebbero
non esserci affatto serial killer, o potrebbero essere meno di sei (se
non altro perché il possibile omicida seriale potrebbe aver colpito
anche in città diverse). Ma l'inquietudine è più che giustificata.
"La vittima preferita di un serial killer è "indifesa",
spiega il professor Ugo Fornari dell'Università di Torino.
"Dunque: donne e bambini, ma anche omosessuali e "di
versi" tout court.
Le cronache del passato confermano che siamo una minoranza a rischio.
Anche tra i gay sceglievano le loro vittime i neonazisti Wolfgang Abei e
Marco Furlan, che tra il 1977 e il 1984, firmandosi "Ludwig",
uccisero quindici persone in Veneto e a Milano
Con un omosessuale nel 1980 iniziò la propria avventura di serial
killer Andrea Matteucci, il "mostro di Aosta", che uccise
anche tre prostitute, l'ultima nel 1995, bruciandone poi i corpi.
Un travestito (oltre ad altri due uomini) cadde sotto i colpi di
Pierluigi Cono, il "mostro di Leffe", che dopo l'omicidio si
serviva dei documenti delle vittime per compiere truffe alle banche, tra
il 1987 e il 1989.
Un gay sessantenne e una ragazza sedicenne furono invece le vittime, tra
il 1992 e il 1993, di Raffaele Di Stefano, il "sanguinano di Aversa".
Di diversi delitti omosessuali venne accusato l'algerino Mohammed Koudri,
sotto la Madonnina.
E Gaspare Zinnanti, il "mostro di Milano", ha al suo attivo
anche due omosessuali (con i quali aveva avuto rapporti) tra le sei
persone uccise nel 1997 per "salvare loro l'anima" poiché
"volevo loro bene, non volevo che soffrissero, la vita è
triste".
Non in tutti questi casi è possibile parlare di un serial killer, che
è "sano di mente" e non un paranoico delirante come Zinnanti.
Quel che è certo, però, è che il delitto seriale è in fortissima
crescita nel nostro Paese. Secondo l'agenzia di stampa inglese Reuters,
che cita dati dell'Fbi americana, l'Italia sarebbe terza al mondo quanto
a omicidi di questo tipo, dopo Usa e Giappone. Fino a qualche anno fa,
ci precedevano anche Gran Bretagna e Germania, poi l'exploit del
Belpaese. L'Osservatorio di psicopatologia ha contato una cinquantina di
serial killer noti negli ultimi decenni, con quasi 250 vittime; più
altri nove omicidi seriali che agivano in gruppo, con 32 assassinii.
"Parliamoci chiaro: spesso per un serial killer di gay è sin
troppo facile uccidere e farla franca, e se possibile, ancora di più:
le indagini sono spesso raffazzonate, questi delitti sono ancora
considerati di serie B".
Parliamoci altrettanto chiaro: da un colloquio con Francesco Bruno, il
più noto criminologo italiano (l'avrete magari visto al "Costanzo
Show"), non si esce affatto tranquillizzati. Lui, professore
ordinario di Psicopatologia forense all'università La Sapienza di Roma,
maneggia la materia con freddezza accademica e dice le cose come stanno.
Che poi l'interlocutore ne risulti scioccato, fatti suoi.
"Professore, gli omosessuali sono una categoria "a
rischio" serial killer?"
Certamente si riscontra una frequenza troppo alta di vittime
omosessuali. Si tratta di omicidi dettati perlopiù da motivi
d'intolleranza e d'odio; spesso, infatti il movente più immediato della
rapina ne nasconde un altro: il pregiudizio.
"A Roma vi sono stati 26 omicidi dal 1990 a oggi. Solo undici
casi sono stati risolti. E possibile ipotizzare l'esistenza di un serial
killer?"
Parlare di serial killer è possibile almeno per un certo numero di
questi delitti: tra le sei e le otto vittime sono state infatti colpite
con modalità più o meno analoghe.
Intendiamoci: oltre al modus operandi non vi sono, ad ora altri elementi
che leghino necessariamente tra loro questi episodi; ma non si può
negare l'ipotesi teorica che dietro ad essi vi sia un cacciatore di
omosessuali. Tra l'altro non è detto che questi agisca solo a Roma,
poiché omicidi seriali di gay, seppure meno numerosi, sono
riscontrabili anche in altre città: Milano, Torino, Bologna
Napoli, Genova, Firenze.
"Praticamente ovunque..."
Possiamo solo dire che nelle nostre città c'è un pericolo molto
forte per gli omosessuali che hanno certi tipi di frequentazioni.
Non mi riferisco tanto ai rapporti occasionali in sé, quanto a quelli
con persone sconosciute e marginali e che magari fanno sesso per lavoro.
Spesso queste persone non sono veri omosessuali, ma accettano di avere
rapporti solo per soldi; iniziano quindi a nutrire paranoici sensi di
colpa, sviluppano odio e aggressività contro l'omosessuale che accusano
di spingerli a comporta- menti per loro non del tutto piacevoli. È il
contesto nel quale, il più delle volte, si generano le situazioni che
portano all'omicidio.
Qual' è la tipologia degli assassini di gay?
Spesso sono extracomunitari provenienti da Paesi di nuova
immigrazione. Molti sono dell'Est: rumeni, bulgari e polacchi. Meno
frequentemente si tratta di africani: c'è un larvato razzismo tra i
gay, preferiscono avere rapporti coi bianchi, quindi scelgono ragazzi
dell'Est. Questi hanno usi, abitudini e cultura assai diversi dai
nostri; giungono in Italia e vengono marginalizzati, diventano
prostituti.
Conoscono il loro cliente, il più delle volte vengono trattati molto
bene, per qualche tempo ne hanno i favori e i soldi. Poi capita che
questo atteggiamento venga meno, o perché il cliente si stanca e vuole
passare ad un altro prostituto, o perché è lo stesso ragazzo ad
avanzare richieste eccessive, ottenendone un rifiuto. L'una e l'altra
cosa generano frustrazione e rabbia, tanto da portare all'omicidio.
Alcune volte questo è accompagnato dalla rapina dei beni di valore,
altre volte no, a testimonianza di come tale atto si derivato da uno
scoppio d'ira improvviso, non premeditato.
Di solito gli omicidi se ne vanno subito dalla città del delitto: sono
ragazzi senza radici stabili. Fuggono, in molti casi tornano al loro
Paese d'origine, in altrivanno in altre zone d'Italia dove possono
colpire nuovamente. Sembrano scomparire nel nulla.
Come il famoso Marian tre dita, che parrebbe essere responsabile
di più di un delitto romano.
Esatto. Non si è più trovato, pur avendo quel forte segno di
riconoscimento che è, appunto, la mano con tre dita; chissà dove sta a
quest'ora.
Com'è possibile che questi assassini possano così facilmente
sfuggire alle forze dell'ordine? Non sono freddi killer professionali...
Sono due i motivi fondamentali.
Da una parte dobbiamo sottolineare come vi sia pregiudizio nelle forze
di polizia. Ciò accade non tanto nelle grandi città, dove ormai sono
forti le pressioni perché le indagini su questi delitti siano
approfondite, quanto in provincia. Qui è ancora radicato
l'atteggiamento tradizionale di chi dice: "se la sono cercata, se
la sono voluta e quindi chissenefrega".
Non si assiste certamente alla stessa mobilitazione che si
riscontrerebbe per esempio, se l'uccisa fosse una ragazza senza nessun
precedente penale.
Una storia del genere colpirebbe la fantasia della gente e terrebbe
banco sulle prime pagine dei giornali, spronando quindi la polizia ad
indagini serrate. Un delitto omosessuale stimola invece nella maggior
parte delle persone solo repulsione; questo atteggiamento si traduce
spesso in indagini superficiali. Insomma,quelli dei gay sono delitti un
po' di serie B.
Accennava anche a un secondo motivo che rende difficile
individuare e fermare i killer. Quale?
Vi è un atteggiamento speculare a quello delle forze di polizia: è
quello della comunità gay, che non collabora
Perché?
Vi sono i gay dichiarati, che magari fanno parte di circoli culturali
o associazioni e quindi non hanno problemi ad uscire allo scoperto. Ma
gran parte degli omosessuali ha ancora timori a esporsi, non vuole
testimoniare. Farlo significherebbe dichiararsi e quindi mettere in
crisi tutto un sedimentato modus vivendi fatto di finzioni.
Problematico è anche l'atteggiamento di chi, nello specifico, va con le
marchette: le potenziali vittime. Si tratta in genere di persone sole,
che proteggono questi ragazzi, trattandoli come se fossero loro parenti,
figli o nipoti. Non si aspettano che possano avere comportamenti
violenti. Di più: anche di fronte all'evidenza non accettano l'idea
dell'aggressione, la rifiutano.
Questi sentimenti "affensivi" s'innestano su una situazione
che già a priori li spinge a non collaborare con le indagini: il timore
di mettersi in discussione, di rompere un fragile equilibrio raggiunto
chissà da quanti anni, di compromettere quello che è un comportamento
"l'andare con i prostituti" al quale sono ormai abituati e che
è tipico di certi gay incapaci di accettarsi o che comunque per qualche
motivo sono ancora "velati" o in conflitto con loro stessi.
Hanno quindi timore di dover abbandonare un'abitudine alla quale sentono
di non poter rinunciare: la ricerca di un compagno per una notte a
pagamento.
È una remora dettata da mille problemi, ma che ha una conseguenza
precisa: in caso di delitto maturato in quell'ambiente non c'è quasi
mai una spontanea partecipazione di gente che dice quel che ha visto o
saputo. Solo quando questo si verifica la polizia di solito riesce
almeno a identificare il responsabile.
Catturarlo risulta molto più difficile: l'assassino in genere ha sempre
molto tempo a disposizione per la fuga, magari verso il proprio Paese
d'origine. E chi lo prende più, in Bulgaria o Romania?
Come mai ha tutto questo tempo per fuggire?
Questi delitti si verificano quasi sempre nella casa della vittima,
che vive sola, tende a nascondersi, a isolarsi anche rispetto al proprio
vicinato, non presenta gli occasionali compagni agli amici, non ne parla
con nessuno. Spesso il delitto è scoperto dopo molte ore e non ci sono
elementi per risalire subito all'assassino. Sono omicidi fin troppo
facili, anche quando non sono premeditati. Le vittime sono in genere
d'età avanzata, la media supera i cinquant'anni.
Tra i serial kìller "storici" ve ne sono stati alcuni
che colpivano in particolare gli omosessuali?
V'è stato qualche caso. Penso al gruppo di Ludwig, che colpiva
quelli che considerava tutti i "rifiuti della società",
quindi anche i gay O al cosiddetto "mostro d'Aosta".
Però in Italia non sono mai emersi casi come quelli degli Stati Uniti
oppure nell'Inghilterra, killer specifici di gay. Nè killer gay di gay,
come l'inglese Dennis Nilsen, che uccise sei o sette omosessuali e li
seppellì sotto le assi di legno della sua camera. Li aveva avuti nel
suo letto, li teneva lì il più possibile, non voleva che se ne
andassero, quindi li uccideva e li seppelliva sotto.
Parlavamo prima di quanto fossero raffazzonate le indagini su
quelli che lei ha definito "delitti di serie B". Gli omicidi
seriali non risolti sono molto numerosi nel nostro Paese...
In Italia vi sono investigatori molto bravi, specie nelle grandi
città, che il più delle volte si specializzano però in altri campi:
lotta alla mafia eccetera. Soprattutto in provincia, invece, c'è molta
impreparazione, manca la conoscenza delle tecniche d'investigazione. La
cosiddetta "Unità per l'analisi del crimine violento" non è
efficiente nè dotata di personale specializzato.
Siamo, insomma, all'anno zero in materia, si assiste a incredibili
errori. S'investiga con qualche risultato sui delitti sui i quali
converge l'attenzione dell'opinione pubblica (e non sono, come abbiamo
visto, quelli che riguardano i gay). Degli altri non gliene frega niente
a nessuno: il colpevole viene ricercato con i soliti antiquati strumenti
di polizia, con le testimonianze (che, come abbiamo visto, per i delitti
omo spesso scarseggiano) o attraverso le impronte digitali. Se non si
trova nulla, s'archivia tutto.
Così l'Italia è terza al mondo quanto a delitti seriali.
Già. Quando nel 1995 me ne occupai per la prima volta, eravamo al
quinto posto. Poi ci siamo "dati da fare"...
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