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Per un mese ha
seminato il terrore: è un insospettabile Busto Arsizio, sparava
alle vittime dall'auto. Ha ucciso almeno una volta, ma è sospettato
di altri omicidi
BUSTO arsizio - Nel
quartiere popolare dov'è nato lo sfottevano per la statura e lui,
il «fuso», il «brasato», bassino, mingherlino, ma soprattutto
troppo poco furbo per farsi prendere sul serio, si vendicava
sparando a persone che riteneva ancor più in basso di lui, come le
prostitute nigeriane, o i viados. Chissà se è tutta qui la radice
della ferocia che, esplodendo improvvisa, ha trasformato Luca
Giudice, 25 anni, nel serial killer dei marciapiedi. O se ci sia
qualche altra molla che ha reso un giovane ex muratore, diventato
cameriere, un assassino che ha ucciso a freddo almeno una volta,
ferito altre tre volte e sparato a persone indifese chissà quante
altre. Una pistola, le tracce di uno pneumatico e l'immediata
confessione di numerosi agguati lasciano pochi dubbi a chi l'ha
catturato. Nella casa di Busto Arsizio, dove abita con i genitori e
i numerosi fratelli, tra un quadro gigante del primogenito che s'è
sposato e un salotto perfettamente ordinato, la mamma ha le mani tra
i capelli e cammina come un automa: «Ma è vero quello che dice il
telegiornale? Mio figlio? L'hanno portato via ieri, non ci hanno
detto nulla, e ora lo vediamo in tv. Ma cosa ha fatto?». L'ha
raccontato lui stesso, quando ha capito di essere stretto in mezzo a
troppi indizi. Ha fatto ritrovare, sotto un cespuglio del cimitero,
la pistola 357 magnum rubata al papà di una sua ex ragazza. Ha
spiegato che ha cominciato sparando in città, prima contro la casa
di un albanese che importunava una sua amica, poi contro la finestra
di Sissi, madre di un ragazzo che gli doveva dei soldi e invece gli
aveva dato un assegno rubato. Poi, come se fossero esseri inanimati,
ha puntato l'arma contro prostitute nigeriane e transessuali, a
qualcuna ha pure rubato la borsetta, quasi sempre ha sparato
restando nell'auto, inseguendo le prede sgommando, stringendole
verso il lato guida, verso il finestrino da cui faceva spuntare la
canna nera del revolver. Azioni convulse, strampalate. Non potevano
non lasciare tracce. I carabinieri hanno avuto il primo indizio a
Busto, trovando sul terreno i segni della frenata che ha
terrorizzato la nigeriana Joy. A Milano, un travestito scampato alla
morte ha rivelato alla polizia il numero di targa. E, l'altra sera,
le due piste si sono riunite, i detective sono arrivati insieme alla
casa del giovane che aveva addosso la stessa camicia nera con cui
era stato identificato la prima volta e lo stesso taglio di capelli
che hanno poi fatto dire alle sue vittime: «E' lui!».
Freddo, distante, come
se le sue vittime fossero cose: così Giudice si è raccontato ai pm
BUSTO ARSIZIO
- A caldo, dopo l'arresto, Luca Giudice spiega al pm di Busto
Roberto Craveia il meccanismo del suo cervello che salta. Ecco le
sue prime parole, di una freddezza aliena: le persone sembrano cose.
Il primo agguato. «Ho visto la prostituta e mi sono fermato, ho
chiesto un rapporto sessuale, ma in realtà non sapevo nemmeno io
quello che volevo. Lei è salita in macchina e ci siamo addentrati
nel bosco, lei ha visto che ero armato, si è spaventata ed è
scesa, allora ho aperto il fuoco. Non sono sceso dall'auto, mi sono
limitato a mettere l'arma fuori dal finestrino e a premere il
grilletto, sparando a casaccio. Non mi sono preoccupato di vedere se
l'avevo ferita». I nervi come movente. «Volevo solo scaricare la
tensione, avevo problemi di soldi, ero molto nervoso e quella sera
ho preso l'arma, me ne sono andato in un bosco, ho sparato cinque o
sei colpi. Ero ancora nervoso e ho visto la prostituta. Non volevo
ucciderla, e non c'entra nulla che ho sparato a due donne di colore:
sono le prime che ho incontrato». I trans. «Ho visto una persona
che sembrava una prostituta e ho chiesto espressamente se era donna.
Mi sono appartato, quando ho sentito che era un uomo». Luca
racconta che si tiene la borsetta, perché l'«avevo già toccata e
quindi c'erano le mie impronte», poi «ho sparato all'altezza delle
gambe». Spara a un altro transessuale italiano, ma «ho parlato di
una siciliana perché non sapevo che fosse un uomo». E, infine,
«prendo atto che mi viene contestato un altro episodio con vittima
un transessuale peruviano alto 1.80, robusto. Può tranquillamente
essere successo». Quanto all'omicidio che l'ha portato in camera di
sicurezza: «Non dico che non sono stato io, non mi ricordo, non
adesso. Sono stanco e confuso». Non gli piace parlare dei trans. La
pistola. «L'ho presa a casa del padre di una ragazza a cui ero
legato. La teneva nascosta sotto l'armadio, in camera da letto, una
sera gliel'ho portata via, con una scatola di pallottole. Tutto
quello che troverete fatto con questa pistola l'ho fatto io».
(p.c.)
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