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Milano, teneva una
pistola nascosta in una siepe del cimitero. Dopo l’arresto ha
negato e poi ha confessato tutto
Ha ammazzato un
viado due notti fa e ha ferito altre quattro «squillo»
MILANO Luca
ha occhi da pazzo, sguardo spiritato, voglia di uccidere. Luca ogni
sera saluta papà e mamma, «ciao, esco», sale sulla sua Golf blu,
va al cimitero e recupera la Smith & Wesson che tiene nascosta
in una siepe. Poi comincia a girare. I viali e i corsi di Milano,
gli stradoni della periferia, i paesi, e gli spiazzi davanti alle
fabbriche. Cerca prede facili, trova quelli che di notte vivono
sulla strada. E spara. Non bene, peraltro. Però due notti fa ha
ucciso Carlos Enrique Teixferia, transessuale brasiliano di trent’anni.
Parrucca bionda e minigonna, gioielli vistosi, una rosa tatuata
sulla spalla, cinque proiettili in corpo, il tempo di dire «mamma
aiutami» ed è morto. Mentre Carlos moriva, Luca tornava a casa
sua, a Busto Arsizio. Mamma e papà dormivano, e nemmeno si sono
accorti che il loro ragazzo con gli occhi da pazzo rientrava dopo
una notte faticosa di agguati falliti e un colpo andato a segno.Ieri
l’hanno arrestato. Con tutte le cautele del caso, perché un’ora
prima Luigi Savina, capo della Squadra Mobile di Milano, aveva
avvertito: «È un killer seriale». E allora, con grande calma,
«sei Luca Giudice, vero? Vieni con noi in questura, ti dobbiamo
parlare». Luca ha detto «e perché?», gli hanno risposto che era
per una storia di transessuali, «dobbiamo chiederti delle cose».
«Non ne so niente». Non era armato. Ha negato tutto per qualche
ora. Poi ha raccontato. Ha portato gli agenti al cimitero di Busto
Arsizio, ha aperto la siepe e tirato fuori un sacchetto di plastica.
C’era la pistola, e i proiettili. Collaborativo, ma «non so
perché l’ho fatto». Luca Giudice, insospettabile bravo ragazzo
di 25 anni, cameriere saltuario, padre operaio e madre casalinga, in
meno di un mese ha ucciso Carlos, ha cercato di uccidere due
prostitute nigeriane e altri due transessuali, uno italiano, l’altro
peruviano. Ha fatto chilometri e chilometri, da solo, di notte, con
la pistola sotto il sedile, senza mai essere fermato. Chi lo ha
notato lo racconta con quegli occhi spiritati, lo sguardo
allucinato, i gesti nervosi, e la pistola, che tirava fuori quasi
subito. Molti sono scappati, e si sono salvata la vita. Quattro sono
finiti all’ospedale, uno all’obitorio. Ma l’hanno preso. La
Scientifica della polizia ha esaminato un’ogiva recuperata sull’omicidio
Teixfeira (18 giugno). E le tracce portavano dritte al tentato
omicidio di Nestore Encinas (10 giugno). «Allora abbiamo setacciato
l’ambiente dei trans - spiega il dottor Savina - Abbiamo chiesto a
tutti se avevano notato un individuo sospetto, e da loro è arrivata
un’informazione importante: meno di un’ora prima dell’omicidio,
un altro trans era stato aggredito in corso Sempione. Un giovane su
una Golf blu, più un numero di targa». Una macchina targata
Varese, vecchio modello. I controlli portano al nome di Giudice.
Incensurato, ma noto ai carabinieri di Busto Arsizio per una storia
in cui c’entra una pistola. Un vicino lo ha denunciato perché una
sera aveva dato in escandescenze e aveva sparato alcuni colpi in
aria. Ma la Golf blu, o brandelli della sua targa, tornano in altri
casi al momento irrisolti. Il 10 giugno, ore tre del mattino, un
trans italiano viene ferito a colpi di pistola in corso Sempione.
Sempre il 10 giugno, alle quattro del mattino, viene ferito Encinas.
Ma qualche ora prima una prostituta nigeriana viene ferita
gravemente a Busto Arsizio. E ancora. L’8 giugno, alla periferia
di Busto, un’altra nigeriana viene ferita all’addome da un
giovane «con gli occhi da matto». E una settimana prima, a Milano,
un trans italiano ha notato una Golf blu targata Varese, con uno che
cercava di caricare.«Il caso è chiuso», dichiara Savina. «Lo
dico poche volte, ma questa volta è così». Giudice è a San
Vittore. I suoi genitori sono sbalorditi e increduli, gli occhi da
pazzo loro non li avevano mai notati. Così hanno detto alla
polizia.
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