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PRESENTAZIONE - Per non dimenticare: attualità e insegnamenti da un periodo buio della nostra storia. Con un articolo di Roberto Mauri.
I MONUMENTI alla persecuzione nazista degli omosessuali
TESTO DEL DISCORSO SEGRETO tenuto da Heinrich Himmler il 17-18 febbraio 1937 ai generali delle SS in relazione ai "pericoli razziali e biologici dell'omosessualità "
LA LIQUIDAZIONE del movimento omosessuale in Germania (1933-1936)
AGGHIACCIANTE testimonianza di Rudolf Hoss, il comandante di Auschwitz, scritta nelle sue "Memorie"
UNA MOSTRA IN UN LAGER vicino a Berlino racconta una persecuzione poco nota: "Uomini omosessuali nel lager di Sachsenhausen"
IL TESTO DEL PARAGRAFO 175: articolo del codice penale tedesco che punisce l'omosessualità con la prigione, inasprito nel 1935.
"PARAGRAFO 175" Uno straordinario film-documento. Parlano 6 sopravissuti all'esperienza della persecuzione nazista contro gli omosessuali.
IL FASCISMO. La punizione dell'omosessualitá durante il periodo fascista.
IL CONFINO FASCISTA. Un omosessuale al confino fascista (G. Dall'Orto)
"LE RAGIONI DI UN SILENZIO" raccolta di saggi realizzata dal Circolo Pink di Verona e pubblicata da Ombre Corte.
BIBLIOGRAFIA - I principali testi, articoli e media che trattano dell'argomento.

 

 

 

 

 

 

Il furore nazista contro gli omosessuali

"Uomini omosessuali nel lager di Sachsenhausen"

Una mostra in un lager vicino a Berlino racconta una persecuzione poco nota.

 
da: Paola Sorge - Repubblica - 7 giugno 2000  
Sachsenhausen oggiPareva impossibile che un capitolo della storia del nazismo e dei suoi orrori fosse rimasto inesplorato, che fosse stato finora trascurato da studiosi, ricercatori e giuristi un gruppo di vittime di uno dei lager più truci, Sachsenhausen. Ma tant'è, i documenti, le foto, gli atti dei processi e le lettere esposti per la prima volta al pubblico in una mostra unica nel suo genere, allestita nel lager nazista situato nei pressi di Berlino, non lasciano dubbi in proposito, e si resta senza fiato nel constatare che per 55 anni la morte e i maltrattamenti di oltre un migliaio di omosessuali non abbiano fatto notizia. Che le vittime di Sachsenhausen non siano state ufficialmente ricordate. Che i superstiti del lager, condannati ai lavori forzati, castrati, sterilizzati, non abbiano potuto far valer i loro diritti come vittime del nazismo perché anche dopo il regime di Hitler sono stati considerati dei criminali dalla giustizia della Repubblica federale tedesca.
Il famigerato articolo 175 che condannava gli omosessuali, è infatti rimasto in vigore fino al 1968 (a differenza della Repubblica democratica tedesca), ed è stato applicato più che scrupolosamente se è vero che tra il 1950 e il 1965 hanno avuto luogo oltre centomila processi contro omosessuali - lo stesso numero del regime nazista. Certo, qui si tratta di un "minigruppo" di vittime rispetto ai milioni di ebrei che trovarono la morte nei campi di concentramento: sono difatti circa un migliaio gli stimati professionisti, professori, librai, tecnici, pittori, ballerini, cantanti, cabarettisti che hanno vissuto "l'inferno in terra" a Sachsenhausen, che per la maggior parte sono morti dopo atroci sofferenze. Ma le loro foto, le lettere ai familiari, gli atti dei processi che li riguardano, le loro vicende ricostruite - quando è stato possibile - in un grosso volume che accompagna la Mostra (Uomini omosessuali nel lager di Sachsenhausen di J. Muller e Andreas Sternweiler, pagg. 400, ed. Rosa Winkler) non sono certo meno scioccanti.
Ci sono voluti anni di accurate ricerche negli archivi tedeschi e anche in quelli di Mosca per ricostruire l' identità, la storia, il destino finale di questi prigionieri del lager contraddistinti dal triangolo rosa. Considerati la feccia dell'umanità, gli omosessuali erano condannati ai lavori più pesanti e all'isolamento. Anche a loro, anzi soprattutto a loro, le SS riservavano metodi di uccisione a dir poco sadici come innaffiarli d'acqua fredda e poi farli stare in piedi all'aperto ad una temperatura di 20 gradi sotto zero. Il culmine dell'uccisione sistematica fu raggiunto nel luglio e agosto 1942: in sei settimane morirono 89 "triangoli rosa". L'unica chance di sopravvivenza era costituita dal trasferimento in altri lager: rimanere a Sachsenhausen voleva dire morte sicura.
"Dovevamo dormire solo in camicia da notte e con le mani fuori dalla coperta" racconta il viennese Hein Heger, arrivato a Sachsenhausen nel '39. "Le finestre erano coperte da uno spesso strato di ghiacchio. Chi di noi veniva sorpreso in mutande o con le mani sotto la coperta (non dovevamo soddisfarci da soli) veniva punito... Non potevamo scambiare una parola con i prigionieri di altre baracche che avevano triangoli di colore diverso (oltre gli ebrei con il triangolo giallo, c'erano gli asociali con il triangolo nero, gli zingari con il triangolo marrone), così non potevamo corromperli. Dovevamo restare isolati...".
Contro gli omosessuali che dopo la creazione della Centrale per la lotta alla omosessualità voluta da Himmler nel '36 affollavano sempre più i lager nazisti, le SS sfogavano la loro rabbia e il loro disprezzo; i medici usavano i "triangoli rosa" per i loro esperimenti, li castravano o li sterilizzavano studiandone poi le razioni fisiche e psichiche. Alcuni si offrirono volontari alla castrazione per sfuggire alla morte. Lo stesso Himmler, poco dopo lo scoppio della guerra, promulgò un ordine che significò la definitiva condanna a morte degli omosessuali: "Chiedo che in futuro tutti gli omosessuali che abbiano corrotto più di un partner, siano oggetto di misure preventive da parte della polizia dopo il loro rilascio dal carcere". La baracca 11, a Sachsenhausen, era quella dello sterminio; spesso la mattina ci si trovava un morto nel letto accanto, o, alzandosi, si andava a sbattere contro il corpo di un prigioniero che si era impiccato. Come il cabarettista Paul O'Montis, che negli anni di Weimar aveva realizzato spettacoli e dischi di successo. Arrivato a Sachsenhausen nel 1940, resistette solo un mese.
I superstiti sono pochi. il cabarettista Robert T. Odeman, condannato a Berlino come omosessuale, giunse a Sachsenhausen nel 1944; riuscì a fuggire durante la "marcia della morte" nell'aprile del '45. Non ha mai ottenuto dal governo la riparazione dei danni subiti. Come gli altri del resto. Di riabilitazione nemmeno a parlarne. Un artista, Richard Grune, che ha studiato alla Bauhaus e si dedicava soprattutto alle litografie, riuscì a lavorare anche a Sachsenhausen: disegnava carponi per terra, protetto dai compagni della baracca; illustrò un libro di canzoni del lager che si è fortunosamente conservato. Riuscì anche a sfuggire all'inferno, ma le indelebili immagini di morte e di orrore che gli sono rimaste dentro, le raccontò in un impressionante ciclo di litografie intitolato la Passione del XX secolo - gli orrori di Sachsenhausen.

Uccisi un migliaio di gay
I "triangoli rosa" di Sachsenhausen
SACHSENHAUSEN, costruito nel 1936, fu il primo, vero lager nazista. Da quella data al '45 vi furono rinchiusi circa 1.200 omosessuali. Dalla fine del 1939 alla metà del 1943 furono uccisi oltre 600 "triangoli rosa". In sole sei settimane, nell'estate del 1942, trovarono la morte 89 omosessuali.
Molte vittime sono rimaste senza nome a causa della distruzione da parte delle SS dei documenti del lager. Oggi si conosce il nome di 700 omosessuali rinchiusi a Sachsenhausen: di molti di essi sono state ricostruite le vicende dopo lunghe ricerche negli archivi di Berlino e di Mosca.
Una lunga lista di morti a Sachsenhausen e la storia di alcuni di essi e dei pochi sopravvissuti sono contenute nel volume "Uomini omosessuali nel lager Sachsenhausen", edito da Rosa Winkler.


 


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