"Già
a Dachau gli omosessuali erano stati un problema per il campo,
sebbene non fossero così numerosi come a Sachsenhausen.
Il comandante e lo Schutzhaftlagerführer erano dell'opinione
che fosse molto più opportuno suddividerli per tutte
le camerate del campo, mentre io ero d'avviso contrario, avendoli
conosciuti molto bene in carcere. Non passò molto tempo
che da tutti i blocchi cominciarono a giungere denunce di
rapporti omosessuali, e le punizioni non servirono a nulla,
perchè il contagio si diffondeva dovunque.
Su mia proposta, tutti gli omosessuali vennero allora messi
insieme e isolati dagli altri, sotto la guida di un anziano
che sapeva come trattarli. Anche sul lavoro vennero separati
dagli altri prigionieri, e adibiti per un lungo periodo a
lavorare con i rulli compressori, insieme ad altri prigionieri
di altre categorie, affetti dal medesimo vizio. Di colpo il
contagio del loro vizio cessò, e anche se qua e là
si verificarono questi rapporti contro natura, si trattò
sempre di casi sporadici. Del resto, costoro vennero sorvegliati
rigorosamente nei loro alloggiamenti, in modo che ... non
potessero ricominciare... .
A Sachsenhausen, fin dal principio gli omosessuali vennero
posti in un blocco isolato, e ugualmente vennero isolati dagli
altri prigionieri durante il lavoro. Erano adibiti ad una
cava di argilla di una grande fabbrica di mattonelle; era
un lavoro duro, e ciascuno doveva assolvere una determinata
norma. Inoltre, erano esposti a tutte le intemperie, perché
ogni giorno doveva essere fornita una determinata quantità
di materiale finito, e il processo di cottura non poteva essere
interrotto per mancanza di materia prima. Così estate
o inverno, erano costretti a lavorare con qualunque tempo.
L'effetto di quel duro lavoro, che avrebbe dovuto servire
a riportarli alla «normalità», era differente
a seconda delle diverse categorie di omosessuali.
I risultati migliori si ottenevano con i cosiddetti «Strichjungen».
Nel dialetto berlinese erano chiamati così quei giovani
dediti alla prostituzione, che intendevano per tal via guadagnarsi
facilmente da vivere, rifiutando di compiere qualunque lavoro,
sia pure leggero. Costoro non potevano assolutamente essere
considerati dei veri omosessuali, poiché il vizio era
per essi soltanto un mestiere, e quindi la dura vita del campo
e il lavoro faticoso furono per essi di grande utilità.
Infatti, nella maggioranza, lavoravano con diligenza e cercavano
con ogni cura di non ricadere nell'antico mestiere, poiché
speravano così di essere rilasciati al più presto.
Arrivavano al punto di evitare addirittura la vicinanza dei
veri viziosi, volendo in tal modo dimostrare che non avevano
nulla a che fare con gli omosessuali. Molti di questi giovani
così rieducati vennero rilasciati senza che si verificassero
delle ricadute; la scuola che avevano fatto al campo era stata
abbastanza efficace, tanto più che si trattava in maggioranza
di ragazzi molto giovani.
Anche una parte di coloro che erano diventati omosessuali
per una certa inclinazione - coloro che, saturi di provare
il piacere con le donne, andavano in cerca di nuovi eccitamenti,
nella loro vita da parassiti - poté essere rieducata
e liberata dal vizio.
Non così quelli ormai troppo incancreniti nel vizio,
cui si erano volti per inclinazione. Questi ormai non potevano
più essere distinti dagli omosessuali per disposizione
naturale, che in realtà erano pochi. Per questi non
servì né il lavoro, per quanto duro, né
la sorveglianza più rigorosa: alla minima occasione
erano subito uno nelle braccia dell'altro, e anche se fisicamente
erano ormai mal ridotti, perseveravano nel loro vizio.
Del resto, era facile riconoscerli. Per la leziosità
femminea, per la civetteria, per l'espressione sdolcinata
e per la gentilezza eccessiva verso i loro affini, si distinguevano
assai bene da coloro che avevano voltato le spalle al vizio,
che volevano liberarsene, e la cui guarigione, ad una attenta
osservazione, si poteva seguire passo passo.
Mentre quelli che intendevano realmente guarire, che lo volevano
fortemente, sopportavano anche i lavori più duri, gli
altri decadevano fisicamente giorno per giorno, più
o meno lentamente secondo la loro costituzione.
Non volendo, o non potendo, liberarsi del loro vizio, sapevano
benissimo che non sarebbero più tornati in libertà,
e questo pesante fardello psichico affrettava, in queste nature
in genere anormalmente sensibili, la decadenza fisica. Quando
poi vi si aggiungeva la perdita dell'«amico»,
per una malattia o addirittura per la morte di questi, era
facile prevedere l'esito finale; parecchi, infatti, si uccisero.
L'«amico» era tutto per costoro, nel campo. Parecchie
volte si verificò anche il doppio suicidio di due amici.
Nel 1944 I'SS-Reichsführer fece compiere a Ravensbruck
degli esami di «riabilitazione». Gli omosessuali
della cui guarigione non si era perfettamente convinti, vennero
messi a lavorare, come per caso, insieme a prostitute, e tenuti
sotto osservazione. Le prostitute avevano il compito di avvicinarsi
come per caso ad essi e di eccitarli sessualmente.
Quelli che erano realmente guariti approfittavano senz'altro
dell'occasione, senza neppure bisogno di essere stimolati,
mentre gli incurabili non guardavano neppure le donne. Anzi,
se esse si avvicinavano loro in modo troppo evidente, si allontanavano
con manifesto disgusto.
Secondo la procedura, a quelli che stavano per essere rilasciati
venivano offerte occasioni di stare con individui del loro
sesso. Quasi tutti rifiutavano questa possibilità e
respingevano energicamente tutti i tentativi di avvicinamento
dei veri omosessuali.
Vi furono però anche dei casi limite, che accettarono
e l'una e l'altra occasione. Non so se costoro potrebbero
essere definiti dei bisessuali. In ogni caso, fu molto istruttivo
per me poter studiare la vita e gli stimoli degli omosessuali
di ogni genere e osservare le loro reazioni psichiche in relazione
alla prigionia".
(Rudolf Hoss, Comandante ad Auschwitz, Einaudi)
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