| Nella
prima mattinata del 28 giugno 1969, la polizia fece irruzione
nello Stonewall Inn, un club privato di Christopher Street
nel Greenwich Village di New York, la cui clientela era prevalentemente
omosessuale. Il motivo ufficiale dell'irruzione era la vendita
non autorizzata di alcolici. Era la seconda irruzione nel
giro di una settimana nello stesso locale e l'ultima di una
lunga serie ai danni di altri locali della città frequentati
da gay.
Quel giorno la polizia fermò ed identificò circa
200 persone, la maggioranza delle quali furono libere di lasciare
lo Stonewall, ma il personale e tre transessuali furono arrestati
(per le leggi dello stato era infatti illegale indossare meno
di tre capi di vestiario appropriati al proprio genere).
Alcuni testimoni hanno raccontato che l'atmosfera all'esterno
del locale era inizialmente festiva ed allegra nonostante
l'intervento della polizia. Passanti e turisti si erano uniti
alla folla, che urlava e scherzava all'uscita di ogni persona
che veniva via via rilasciata dall'interno del locale. Ma
quando la polizia iniziò a caricare su un cellulare
il personale del locale e le tre transessuali, la rabbia della
folla esplose; iniziò un lancio di pietre, bidoni della
spazzatura e bottiglie verso il palazzo, qualcuno gettò
una bottiglia molotov. Secondo le cifre riportate dalla stampa
il giorno successivo, 13 persone furono arrestate e tre agenti
rimasero feriti.
Durante quella stessa sera di sabato, e per tutta la domenica
mattina, la folla continuò a radunarsi di fronte allo
Stonewall Inn cantando e ballando di fronte alle forze di
polizia schierate in assetto antisommossa:"we are the
Stonewall girls. We wear our hair in curls. We have no underwear.
We show our pubic hair". La polizia disperse la folla
senza ulteriori incidenti, anche se nei giorni successivi
ci fu un altro momento di tensione tra dimostranti e forze
di polizia.
Nelle sere successive le manifestazioni davanti allo Stonewall
ripresero e si scontrarono ancora con la polizia che voleva
disperderle. Il seme era gettato, e dalle pavide e represse
associazioni "omofile" si staccò nelle settimane
successive un movimento più radicale di persone che
chiedevano di avere i diritti degli altri (e che vennero accusati
dalle prime di essere "comunisti" e voler compromettere
il quieto vivere) e sceglievano per la prima volta di usare
la parola "gay" per le loro rivendicazioni.
Alla polizia sono sicuri di una cosa sola: sentiranno ancora
parlare delle Ragazze di Christopher Street", chiudeva
la suo spregevole cronaca il Daily News del 6 luglio.
Allo Stonewall andò a portare la propria solidarietà
anche il poeta Allen Ginsberg, che celebrò con una
frase fatidica quanto era accaduto: "I froci hanno
perduto quel loro sguardo ferito".
Gli scontri, una vera e propria sorpresa per tutti,
avevano rivelato per la prima volta nella storia che esistevano
omosessuali disposti a combattere per non veder calpestati
i propri diritti, decisi a scrollarsi di dosso secoli di vergogna
e a rifiutare il canonico ruolo di vittime. La rottura simbolica
con gli stereotipi tradizionali, dunque, si compiva.
Verso la fine di luglio iniziarono a circolare copie di un
volantino che chiedeva un incontro generale "per la liberazione
degli omosessuali", ed il cui titolo recitava "Pensi
che gli omosessuali siano disgustosi? Ci puoi scommettere
il tuo dolce sederino che lo siamo!". Il gruppo che prese
vita da quell'incontro si diede il nome di "Gay Liberation
Front" e adottò una politica estrema di rottura
con quelle che erano state fino ad allora le prese di posizione
di gruppi omofili come la "Mattachine Society",
chiedendo non solo la fine delle violenze e delle discriminazioni
portate avanti dalle forze dell'ordine, ma anche l'introduzione
di una serie di diritti che andavano dalla protezione sul
posto di lavoro all'introduzione di leggi antidiscriminatorie
a livello locale e federale.
Ben presto videro la luce altri gruppi ed organizzazioni
come la "Gay Activists Alliance" dapprima a New
York, quindi nel resto del paese. In altri paesi ci furono
negli anni successivi simili rivolte, come ad esempio in Canada
nel 1981, quando a seguito dell'irruzione della polizia in
un locale gay, ci furono incidenti in quella che è
ancora ricordata come la "Stonewall canadese". A
Sydney il 24 giugno 1978 una manifestazione per commemorare
la rivolta di Stonewall fu interrotta brutalmente dalla polizia,
che arrestò 53 persone, dando inizio all'annuale celebrazione
del Sydney Gay & Lesbian Mardi Gras.
La rivolta di Stonewall ha assunto una grande importanza
nella storia omosessuale del dopoguerra e ha significato certamente
la nascita di un forte movimento politico omosessuale a livello
internazionale.
Lo Stonewall è sempre in Christopher Street : è
stato dichiarato monumento nazionale e sta aprendo un nuovo
"Stonewall Bistro".
IL GAY PRIDE IN ITALIA
Nel 1973
fu introdotta la locuzione Gay Pride, che sinteticamente indica
le manifestazioni celebrate per ricordare Stonewall e rivendicare
i diritti delle persone omsessuali. In italiano Pride viene
quasi da tutti tradotto con orgoglio, lasciando spazio a sterili
polemiche sul senso e sul perché di simili manifestazioni:
ci si chiede di cosa gli omosessuali debbano andare orgogliosi
e perché non si possa organizzare una manifestazione
dell'orgoglio eterosessuale. Il sostantivo pride, come ogni
vocabolo, ha più significati e copre una certa area
semantica; con esso si esprime non solo il nostro concetto
di orgoglio, con anche le accezioni negative che può
avere, ma anche la parola fiero o, meglio, il concetto del
rispetto che si sente di avere per se stessi.
Questa è l'accezione giusta di pride, quella che meglio
calza ad una manifestazione come quella degli omosessuali.
Gli inglesi hanno un'espressione che esprime la reazione dei
gay di fronte alla costrizione a non-essere, nascondendosi
o fingendo di essere ciò che non sono: "out of
the closet", nel senso di fuori dal ripostiglio, fuori
dal nascondiglio. Ecco, i gay riempiono le strade per dire
a tutti che non hanno più voglia di essere rinchiusi
in un nascondiglio, perché ciò che dovrebbero
nascondere sarebbe il rispetto per se stessi; prima di tutto
negando la propria dignità di essere umani, e secondo
non godendo gli stessi diritti civili e non perseguendo la
felicità che tutti i cittadini hanno e perseguono
In Italia la prima manifestazione dell'orgogio gay può
essere considerata quella che si svolse a Torino tra il 19
e il 25 giugno 1978, quando si svolse il sesto congresso del
Fuori e la prima settimana del film omosessuale, ma la partecipazione
fu esigua e non superò il centinaio di persone.
Duecento partecipanti ci furono invece al corteo conclusivo
di tre giorni di convegno nazionale a Bologna dal 26 al 28
maggio 1978 promosso dai collettivi omosessuali che facevano
riferimento alla rivista "Lambda".
Nel 1982 vengono fatti tre giorni di festeggiamenti a Bologna,
dal 26 al 28 giugno con corteo da Piazza Maggiore al Cassero,
proprio in occasione della nuova sede del circolo bolognese
ottenuta il 24 giugno in affitto dal Comune.
Da ricordare l'iniziativa dell'Arcigay di Milano che il 28
giugno 1988, per festeggiare il gay pride, acquistò
uno spazio pubblicitario su Repubblica pubblicandovi i nomi
di cento omosessuali che facevano gli auguri a tutti gli altri
gay.
Il 2 luglio 1994 è la data del primo gay pride nazionale
italiano, organizzato a Roma da Arcigay e dal circolo Mario
Mieli. Si aspettavano 2000 persone, ne arrivano invece 10.000.
Entrano nel corteo il sindaco Rutelli e l'eurodeputata Claudia
Roth, insieme a delegazioni di tante organizzazioni glbt da
tutta Italia.
La seconda manifestazione dell'orgoglio gay lesbico italiano
ha luogo a Bologna il 1 luglio 1995: è la più
grande manifestazione vista finora in Italia (ventimila secondo
gli organizzatori, ottomila per la questura).
Il 29 giugno 1996 abbiamo una grande e variopinta manifestazione
dell'orgoglio gay a Napoli, la prima volta al sud, accolta
calorosamente dalla cittadinanza "La Madonna di Pompei
vuole bene pure ai gay", e dal sindaco Bassolino con
un commovente intervento dal palco alla fine del corteo. Partecipano
più di cinquemila persone.
Nel 1997 causa dissidi all'interno del movimento tra Arcigay
e Azione Omosessuale (che si era vista esclusa dall'organizzazione
dep pride napoletano) abbiamo due pride, uno a Venezia il
14 giugno organizzato da Arcigay ed uno a Roma il 28 giugno
promosso da Azione Omosessuale e i circoli della rete Cobagal,
con risultai modesti ad entrambi: un migliaio a Venzia e due-tre
migliaia a Roma (occorre ricordare che lo stesso anno Parigi
manifesta con 300.000 persone e Berlino con 250.000).
Nel 1998 si ricompone il movimento con una manifestazione
nazionale a Roma il 27 giugno che però non vede più
di tre-quattro mila persone. Il world Pride del 2000 è
ormai alle porte e molti cominciano a preoccuparsi.
Nel 1999, in attesa del World Pride, abbiamo la bella manifestazione
a Como organizzata il 22 maggio da Arcigay, alla quale assiste
tutta la città, ma che non buca ancora il muro dei
media italiani, e resta inconfrontabile con quanto avviene
nel resto d'Europa. Anche la manifestazione del 27 giugno
a Roma, organizzata dal Mario Mieli, non supera le cinquemila
presenze, nonostante la presenza di tre carri musicali e di
Orietta Berti. Sergio Lo Giudice, presidente dell'Arcigay,
spiega così perché non ha aderito alla manifestazione:
«Il Mario Mieli vuole celebrare il Gay Pride sempre
nella capitale, noi pensiamo sia meglio ogni anno in una città
diversa, per allargare la partecipazione».
Il 2000 è l'anno della svolta. Anche Roma vede finalmente
una partecipazione di centinaia di migliaia (500-700 mila)
di manifestanti al World Pride del 9 luglio: molti gridano
al miracolo e ringraziano il Papa per l'indiretta campagna
promozionale.
Nel 2001, ancora ebbri del successo di Roma 2000, si realizzano
ben tre pride, Verona (tremila partecipanti), Milano (è
la prima volta di Milano e scendono in piazza più di
50.000 persone), Roma (20.000 persone).
Nel 2002 abbiamo Padova, col titolo di Pride Nazionale, che
vede la partecipazione di circa 20.000 persone, Milano con
30.000 e Roma con 15.000.
Il 2003 vede lo stravolgente successo del primo grande Pride
Nazionale organizzato al Sud: a Bari, dopo il lavoro preparatorio
durato un intero anno del comitato organizzatore guidato da
Michele Bellomo (presidente dell'Arcigay locale), partecipano
una folla immensa di persone che riempie letteralmente tutte
le strade della città e delegazioni di gay da tutta
Italia: più di 50.000 persone. Seguono il pride di
Milano con 20.000 partecipanti e quello di Roma con 15.000.
UNA BELLA PAGINA SUGLI AVVENIMENTI DELLA NOTTE TRA
IL 27 ED IL 28 GIUGNO ALLO STONEWALL
Quella notte a Stonewall
Brano tratto da "E LA BELLA STANZA E' VUOTA"
di Edmund White, (Edizioni Einaudi, 1992 - originale del 1988)
(…)I poliziotti fecero entrare a spintoni metà
dei baristi in una macchina della polizia e se ne andarono,
lasciandosi alle spalle parecchi altri poliziotti, barricati
dentro lo Stonewall con il resto del personale. Tutti quanti
fischiavano contro i poliziotti; proprio come se stessero
commettendo un atto vergognoso. Continuavamo a sbirciarci
intorno, eccitati e impauriti. Avevo voglia di comportarmi
in maniera responsabile e di di-sperdere la folla pacificamente,
mandando tutti a casa. Dopo tutto, per cosa protestavamo?
Per avere diritto alla nostra "patetica malattia"?
(…)Qualcuno accanto a me gridò: "Gay è
bello", a imitazione del nuovo slogan che diceva: "Nero
è bello", e ridemmo tutti quanti e ci accalcammo
verso la porta. (…) A un certo punto qualcuno disse:
"Siamo le pantere rosa", e questo ci fece ridere
di nuovo. Poi mi sorpresi a immaginare scioccamente che un
giorno i gay potessero costituire una comunità e non
una diagnosi. - Questa potrebbe essere la prima rivoluzione
buffa, - disse Lou. (…) Le doppie porte di legno dello
Stonewall si schiantarono. Sentivo i poliziotti dentro gridare
nelle ricetrasmittenti. Uno di loro uscì fuori tenendo
una mano alzata per calmare la folla, ma lo fischiarono tutti
e cominciarono a prenderlo a spintoni finché non si
ritirò dentro a Fort Disco. I bidoni di spazzatura
della città traboccavano di bicchieri di carta, tovaglioli
unti e giornali buttati via. Arrivò di corsa un nuovo
gruppo di gay, svuotò un bidone nel vano della porta
abbattuta, lo bagnò con il liquido da accendini e gli
dette fuoco. Si sollevò una nuvola di fumo grigio.
(...) I poliziotti sgombrarono il marciapiede, formarono un
cordone e spinsero in fretta e furia il resto dei baristi
nel furgoncino al di là della spazzatura fumante, ma
la folla fischiò ancora più forte. Una volta
partito il furgoncino, i poliziotti ci allontanarono lentamente
dall'entrata del bar. Lungo la strada, alcuni dei nostri ribaltarono
una Volkswagen parcheggiata. I poliziotti si precipitarono
in quella direzione mentre dietro di loro veniva rovesciata
un'altra macchina. I finestrini andarono in frantumi e caddero
sul selciato. Adesso cantavano tutti la canzone dei diritti
civili, We Shall Overcome. Venne chiamata la squadra antitumulti.
Protetta dagli scudi, marciò come un esercito romano
lungo Christopher Street, partendo dalla prigione femminile,
che risuonava di fischi e del fracasso delle tazzine di metallo
contro le sbarre di acciaio. La squadra, roteando i manganelli,
respinse i gay giù per Christopher Street, ma ritornarono
tutti indietro per Gay Street e spuntarono dietro la squadra
disposti in una fila di ballerine che ballavano il can-can.
"Uh-hu, uh-hu", gridavano. (…) Rimasi a dormire
da Lou. A letto ci abbracciammo come fratelli, ma eravamo
troppo eccitati per dormire. Ci precipitammo a comprare i
giornali del mattino per vedere come era stata descritta la
rivolta di Stonewall. - E proprio la nostra presa della Bastiglia
- disse Lou. Ma sulla stampa non trovammo nemmeno una parola
sulla svolta delle nostre vite.
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