01/07/2003 - Guidemagazine - Andrea Jelardi
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TOTO' MALAFEMMINA
L'attore interpretò molti personaggi "ambigui" L'arte di spazzare via i pregiudizi con battute comiche

Il grande comico indossava volentieri i panni dei più emarginati, dal ladro alla prostituta, deridendo invece i signori (e le signore) "rispettabili". Il suo antiperbenismo non fu mai capito dalla critica ufficiale. Caso unico per l'epoca, indossò sulla scena parecchie volte gli abiti femminili


Totò, principe del comico e nel vero senso della parola (*), trattò nei suoi film personaggi e aspetti che ai suoi tempi erano per molti versi censurati e volutamente tenuti in ombra. Vestendo i panni delle più diverse categorie sociali, l'attore fu non soltanto maestro di musica, impiegato, pasticciere, gagà, sacerdote, ladro, assassino, commissario, monsignore, generale, ma anche suora, prostituta, baronessa, attrice e seduttrice.

Dell'autore di "Malafemmina" (celeberrima canzone scritta per la moglie) si è detto tanto, dall'infanzia difficile ai lussi della vecchiaia, ed anche sul carattere, allegro, esilarante e dinamico sulla scena, ma malinconico e triste in famiglia, per la cecità quasi totale dei suoi ultimi dieci anni di vita. Nessuno però ha mai messo a fuoco il rapporto del grande comico napoletano con quelle realtà che egli spesso rappresentava. In particolar modo, è sempre rimasto in ombra il suo costante riferimento, sia pure in chiave comica, con il mondo dell'omosessualità e della prostituzione, due condizioni di vita certamente diversissime, ma ai suoi tempi accomunate dalla condanna del "diffuso senso del pudore". Erano infatti gli anni della nota legge Merlin per la chiusura delle case d'appuntamento e di una decisa condanna dell'omosessualità da ogni parte politica, che nel migliore dei casi semplicemente fingeva di ignorarne l'esistenza.

Totò era nato nel 1898 a Napoli e qui aveva vissuto gli anni della giovinezza nel rione Sanità, in condizioni economiche precarie e a contatto con un mondo duro e difficile, spesso fatto solo di povertà, delinquenza e promiscuità, appena edulcorato dal carattere solare dei napoletani e dalla loro proverbiale "arte d'arrangiarsi".

Prostituzione e omosessualità erano nel suo quartiere una presenza forte ma molto tollerata, al punto che non lontano dalla sua casa, nel Borgo Sant'Antonio Abate, il vicolo in cui risedevano molti travestiti ed omosessuali, era denominato Vico Femminelle, con tanto di iscrizione apposta dal Municipio. La forza d'animo, i sentimenti veri e la spensieratezza della gente a lui vicina fecero quindi apparire a Totò ogni condizione di vita come perfettamente normale, non solo ricca di sentimenti, ma anche fonte e spunto di comicità e di allegria. Ecco quindi che nei suoi film il povero, il ladro, l'impiegato disonesto e sfaticato, insieme alla prostituta o all'omosessuale, diventano personaggi caricaturali che conservano la loro umanità, rappresentati senza mai cadere nella volgarità, come invece capitava (e capita) agli attori mediocri.

Totò, per i suoi tanti travestimenti in abiti femminili, rappresenta un caso unico nella cinematografia italiana dell'epoca, molto diverso da quelli che seguiranno, riuscendo a non scivolare mai nel cattivo gusto. I PERSONAGGI FEMMINILI Il suo primo personaggio femminile è del 1948, camuffato nei panni di un'hostess alquanto brutta d'aspetto, in "Fifa e arena"; segue, nel 1955, l'interpretazione di un'aspirante attrice in "Siamo uomini o caporali" e di una vecchia e combattiva suora, nel 1962, ne "Lo smemorato di Collegno". Nello stesso anno, con "Totò diabolicus", per la prima volta interpreta come protagonista un personaggio femminile vero e proprio, nei panni della Baronessa Laudomia di Torrealta, attempata nobildonna impegnata a combattere i segni della vecchiaia e sempre sposata ad uomini più giovani di lei, tutti morti prematuramente e in misteriose circostanze. E' passata alla storia del cinema comico la scena di "Totòtruffa '62", in cui il nostro, pur di non pagare l'affitto, interpreta Lola, l'inesistente figlia dell'intestatario del contratto, che cerca di sedurre il padrone di casa (Luigi Pavese), indossando un abito a fiori, parrucca bionda, seno piuttosto prosperoso e collana di perle, che per vezzo mette di tanto in tanto in bocca, stringendola tra i denti.

Nel 1963, nel film "Totò contro i quattro", propose invece al suo pubblico un esilarante travestimento da prostituta, vecchia e per nulla attraente, con tanto di baffi nascosti da un cerotto; lo stesso personaggio della passeggiatrice sarà poi da lui interpretato in chiave più moderna, con capelli lunghi e neri e abiti sgargianti, nella pellicola a colori "Capriccio all'italiana". In questo che fu l'ultimo suo film (1967), nell'episodio "Il mostro della domenica" Totò è un distinto signore, acerrimo nemico dei capelloni che, attraverso numerosi travestimenti, li adesca per poi addormentarli e raparli a zero.

Tra i suoi personaggi, oltre a quello già citato, egli interpretò in questa pellicola, per la prima volta in assoluto nella storia del cinema italiano, anche un gay, un attempato signore effeminato con una voluminosa chioma tinta di biondo, camicia a fiori e pantaloni rossi che avvicina due giovani invitandoli a fare un giro in macchina allo scopo di riuscire poi a tagliare i loro lunghi capelli. Sfoggiando pantaloni corti, maglietta a righe, un buffo cappellino ed un cagnolino di plastica appeso al braccialetto, Totò si era lasciato andare a movenze gaie già nel 1952, nel film "Totò a colori", dove è Pupetto Numa de Champs Elisee, effeminato gagà caprese alle prese con la vita mondana dell'isola.

LE BATTUTE

In molte altre pellicole il principe del sorriso gioca invece sui doppi sensi, anziché sul travestimento, e velatamente allude all'omosessualità: può servire ad esempio il film "Letto a tre piazze" dove recita nel ruolo di un reduce di guerra che, tornato a casa dopo vent'anni, trova la moglie sposata a un altro uomo, interpretato da Peppino De Filippo, sua spalla leggendaria. I due mariti litigano, discutono e, per garantire a vicenda la castità della moglie contesa, finiscono col dormire nello stesso letto; qui, mentre De Filippo cerca di addormentarsi, Totò lo guarda per un po', gli sorride e sussurra: "Ma lo sa, che io più la guardo, e più mi convinco... che lei non è affatto brutto sa?".

In "Totò e Cleopatra", Totò nel ruolo di Antonio litiga con un mercante di schiavi e, nel restituirgli i cinque uomini muscolosi, ma palesemente effeminati, acquistati da lui il giorno prima, gli dice: "Mi avevi promesso cinque Traci e invece questi sono... cinque froci".

Dopo aver anche interpretato la parte dell'eunuco turco in "Un turco napoletano", Totò, nel film "Risate di gioia", è un ladro che, dopo aver commesso un furto, si nasconde con un complice nella toilette degli uomini in un locale notturno, e al momento di uscire assieme al "collega", allude chiaramente, al cospetto della gente in attesa, al battuage e agli incontri tra uomini che evidentemente già a quei tempi avvenivano nei bagni pubblici, dicendogli: "Ma guarda un po'... adesso mi fai fà pure la figura del... mafrodita".

Per concludere, va ricordato quando in "Che fine ha fatto Totò baby", esilarante parodia di "Che ha fine ha fatto Baby Jane", Totò, per sfuggire a un controllo di polizia non esita a far credere al commissario che suo fratello, interpretato da Pietro De Vico, è un gay, con la passione per il travestimento.

La figlia di Totò, Liliana De Curtis, accennò solo una volta al rapporto del padre con il mondo gay: a proposito dell'incontro con Pier Paolo Pasolini, scrisse nel suo libro che il fatto che il regista fosse omosessuale turbava molto Totò, perché egli in questo senso aveva tutti i pregiudizi della sua epoca, ma non è difficile credere che invece non fu affatto così, e ne sono prova, oltre alla grande amicizia e stima reciproca che legò il grande attore a Pasolini, i tanti riferimenti a questa realtà nei suoi film. Fu anzi proprio grazie ai tre film girati con Pasolini, "Uccellacci e uccellini", "Le streghe" e "Capriccio all'italiana", che la critica iniziò a riscoprirlo, fino a correggere i propri giudizi negativi alcuni anni dopo la sua morte, avvenuta a Roma nel 1967. Colpito da un grave male agli occhi Totò, pressoché cieco, aveva infatti continuato a lavorare per un decennio girando molti film, in cui dimostrò ancora di più le sue doti di grande attore.

(*) Il suo nome per esteso era Antonio De Curtis Gagliardi Griffo Focas Comneno, principe di Bisanzio, da Anna Clemente e dal marchese Giuseppe De Curtis, che lo riconobbe però molti anni dopo la sua nascita.

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