05/06/2005 - La Repubblica
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Orgoglio e polemiche nel giorno della festa
"Fieri di essere genitori" - Fischi sotto Palazzo Marino, accoglienza da eroe per il presidente della Puglia Vendola

Prosperini: "Un´indecenza". Penati: "Sono qui per risparmiare una figuraccia a Milano"

Orgoglio e polemiche nel giorno della festa

Centrodestra all´attacco sul corteo

Perplessità anche nella Margherita: "C´è un uso strumentale dei minori, servirebbero altri modi"

Fischi sotto Palazzo Marino, accoglienza da eroe per il presidente della Puglia Vendola

I centomila attesi, evocati, non si vedono. Ma se questo Gay Pride dei quarantamila è inferiore alle previsioni numeriche, quello che non manca è un corteo che fa parlare di sé. Loro, gay e lesbiche e trans, sfilano nella giornata dell´orgoglio sorridenti e festanti. Sono qui per ottenere il riconoscimento delle coppie di fatto, che non è il matrimonio ma sarebbe comunque un inizio. Si concedono gli unici fischi davanti a Palazzo Marino, svillaneggiando il sindaco Albertini che ha detto no al patrocinio. Ma nel frattempo dal centrodestra partono attacchi pesanti per quei quindici bambini che aprono la marcia con le loro mamme lesbiche. Una «strumentalizzazione indecente», dicono da An, Forza Italia e Lega. E di «uso strumentale» parla anche qualcuno della Margherita.

Il centrodestra al corteo non c´è. Non se ne vede uno della Cdl, nella lentissima marcia che da piazza della Repubblica porta all´Arena. Ma non si vede neppure qualcuno della Margherita. Altre le facce del centrosinistra, dai Verdi ai Ds, dal Pdci a Rifondazione, con il presidente pugliese Nichi Vendola accolto come «il nostro eroe». Ci sono assessori di tre Comuni del Milanese governati dall´Unione, Cinisello e Rozzano e Cologno, con tanto di fascia. E arriva anche (ma senza fascia) il presidente della Provincia Filippo Penati, a salutare alla partenza e a dire che «è compito delle istituzioni aderire a una battaglia di civiltà». «Sono qui anche per non far fare a Milano una brutta figura sul piano internazionale», aggiunge il presidente, e il pensiero corre al patrocinio negato dal Comune. Il suo vicepresidente Alberto Mattioli, Margherita, è rimasto a casa. E dice che sì, «c´è un uso strumentale dei bambini a cui viene fatta sembrare una festa una vicenda che andrebbe tratta in altri modi e sedi».

La perplessità della Margherita diventa attacco ad alzo zero nel centrodestra. Se An, con l´assessore regionale Gianni Prosperini, dice che «il cosiddetto orgoglio gay ha usato anche degli esseri innocenti in una manifestazione indecente». Se la Lega con il ministro Roberto Calderoli bolla la cosa come «la schifezza di utilizzare bimbi innocenti per sostenere le proprie perversioni», e con il capogruppo comunale Matteo Salvini parla di «strumentalizzazione indecente». E ancora, il forzista cattolico Maurizio Lupi dice di essere «molto preoccupato di quanto è avvenuto, un conto è manifestare ma altro conto è strumentalizzare tutto e tutti». E infine, da Palazzo Marino l´assessore all´Educazione Bruno Simini scandisce che «lo dico da sempre: i bambini non devono essere portati a manifestare per le opinioni degli adulti».

Dentro al pride, dentro a quel mix di gente qualunque e cotonatissime drag queen, le accuse sono rispedite indietro con sdegno. La battaglia di chi marcia è per i Pacs, i Patti civili di solidarietà che darebbero quel riconoscimento giuridico a tutte le coppie etero e omosex. Con un avviso al centrosinistra di Prodi: «Se i Pacs non saranno nel programma elettorale non voteremo Unione», scandisce il presidente nazionale dell´Arcigay Aurelio Mancuso. E i bambini? «Sono solo la riprova che anche gli omosessuali sono genitori. E sono qui oggi perché testimoniano l´importanza di andare a votare sì al referendum sulla fecondazione assistita». Strumentalizzazione? Un´accusa che la piazza rispedisce indietro. Per il presidente pugliese Vendola quelle di Calderoli sono «parole deliranti» e «si cerca di nascondere una cultura violenta e ipocrita, che difende l´embrione ma è incapace di difendere la vita che esiste in questi bambini». Per il leader dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio «i bambini sono una cosa bella sempre, perché sono la vita». E per il diessino Luigi Manconi «o si decide che i bimbi non possano manifestare mai, neppure alle adunate della Lega, oppure non può esistere un divieto solo per questa civilissima manifestazione».

GIUSEPPINA PIANO


Tutti i dubbi di Saverio

LA STORIA/1

"E i diritti dei bambini?"

«Non voglio scimmiottare i matrimoni etero. Non voglio le damigelle vestite di bianco che portano le fedi. Ma sono sei anni che convivo con il mio compagno, e per me la possibilità di un riconoscimento giuridico è fondamentale. Figli invece personalmente non ne vorrei: penso che i bambini abbiano diritto a una famiglia standard. Anche se magari per un bimbo abbandonato o con un handicap una famiglia non convenzionale sarebbe comunque preferibile alla solitudine». Saverio Pepe vive a Firenze e lavora in un´azienda di informatica: «È un´azienda gay friendly, dove non sono l´unico a essere omosessuale. Sono nato in provincia, ad Avellino, ma ho cominciato subito con una storia d´amore importante e ho sempre avuto il sostegno della persona che stava con me allora. In famiglia all´inizio è stata una tragedia, ma poi si sono tranquillizzati. A crearti problemi sono piuttosto gli altri gay, quelli che si nascondono; quelli che ti salutano a queste manifestazioni e poi fanno finta di non conoscerti».

Angelo e Giuseppe

LA STORIA/2

"Paghiamo le tasse"

Angelo De Battisti e Giuseppe Lombardo convivono da otto anni a Bologna «e con noi - aggiunge Giuseppe - vive mia madre: a 14 anni le ho detto che ero gay, e lei è cresciuta insieme a me, ha condiviso le mie emozioni e i miei dolori. Lei e Angelo sono molto legati: siamo una specie di famiglia allargata». Angelo fa l´operaio metalmeccanico, Giuseppe l´infermiere: «Siamo una famiglia normale, paghiamo le tasse e con il nostro lavoro ci siamo costruiti la nostra casa. Ma per lo Stato non abbiamo gli stessi diritti di una coppia etero: presto Angelo andrà in pensione e, se gli succedesse qualcosa, io non avrei diritto a nulla. Non chiediamo il matrimonio e i figli: lavoriamo su turni e non potremmo crescere un bambino. Ci bastano i nostri barboncini. Chiediamo solo il riconoscimento come coppia di fatto». «Intanto - aggiunge Angelo - abbiamo fatto testamento: se dovessimo mancare insieme, la nostra casa andrà a un´associazione che si occupa di bimbi down».

Cristina e la maternità

LA STORIA/3

"Ora la legge mi esclude"

«Il prezzo più alto che ho pagato è stato il fatto di dover rinunciare al sogno di avere un figlio e di creare una famiglia con la compagna che ho avuto accanto per dieci anni». Adesso Cristina Davì non ha una compagna «e non ho neanche più l´età per poter diventare madre - continua - , ma avrei davvero voluto un figlio. Ora questa legge sulla procreazione assistita ci esclude del tutto».

La sua famiglia ha accettato la sua omosessualità, ma di ostilità e pregiudizi ne ha incontrati: «Solo che sono cose che non puoi dimostrare, sensazioni quanto mai labili: più percezioni di ostilità che veri e propri fatti. Non tutti condividono e comprendono la scelta che fai, per cui senti l´ostilità nei tuoi confronti. Ma non fra le persone che mi sono veramente vicine: anche se qualcuno di loro non ha capito la mia scelta, i nostri rapporti sono continuati esattamente come prima. Hanno capito che quella che avevano di fronte era sempre la stessa Cristina».

La rinuncia di "Pami"

LA STORIA/4

‘Tornare etero il mio sogno´

«Il momento più difficile per me è stato quando mi sono dovuta accettare per quello che ero, dopo che mi sono separata da mio marito e mi sono accorta che non provavo più attrazione per gli uomini. Mi hanno aiutato gli amici, anche se sono molti quelli che in quel periodo ho perso. Altri li ho incontrati allora, altri ancora li conoscevo già e li ho riscoperti» - racconta "Pami" Turello.

Al Gay Pride "Pami" partecipa un po´ perché è una bella festa, un po´ anche per sostenere il referendum del 12 giugno: «Io - spiega - non ho rinunciato all´idea di avere figli, ma prima penso sia necessario avere accanto una figura stabile, uomo o donna che sia. Io spero di tornare etero, di innamorarmi di nuovo di un uomo, anche se ora non ci riesco. Sarebbe tutto più facile, anche solo camminare per la strada tenendosi per mano. L´omosessualità purtroppo è una sfortuna, e quando qualcuno mi confessa di essere gay io a malincuore gli dico "Mi dispiace"».

(a cura di Lara Zani)


IL RACCONTO

"E l´amore che fa una famiglia, non la biologia", è il motto dell´associazione delle madri omosessuali

"Fieri di essere genitori"

In testa al corteo i bambini delle coppie lesbiche - Dobbiamo cambiare l´immagine mostrificata dei gay - Io non capisco che tipo di minaccia rappresento

La prima parola che dicono è: mamma. La seconda è: mamma. Sono i figli delle coppie lesbiche, aprono il corteo su un trenino grigio e blu con le bandiere arcobaleno, schiamazzando come tutti i bambini del mondo. Sono amati e voluti come pochi, non proprio come tutti i bambini del mondo: «Per me la gravidanza è arrivata all´undicesima inseminazione», ricorda Giuliana, 38 anni, psicologa. I più grandi sono sui sei anni perché in Italia l´idea delle coppie gay di avere dei figli è recente e declinata per ora solo al femminile: «D´altra parte, se una volta non ci amavamo noi stesse, come potevamo pensare di amare un bambino?», dice Giuseppina.

Il motto di Famiglie Arcobaleno, associazione genitori omosessuali, è «love makes a family», è l´amore che crea una famiglia, non la biologia. Nell´associazione (un centinaio gli aderenti) ci sono i figli nati dalla fecondazione assistita e quelli da precedenti unioni eterosessuali di una donna che ha poi scoperto, o più probabilmente accettato, la sua omosessualità.

«La visibilità in una coppia omosessuale è a priori, se si hanno dei figli in questo modo - racconta Francesca, 39 anni, un impiego in una società di allestimenti scenografici -. È anche per tutelare i bambini che sentiamo il bisogno di cambiare questa immagine gay, mostrificata, che non corrisponde alla realtà». Francesca non racconta di discriminazioni per la scelta di formare una coppia tutta al femminile. Abita a Milano, tuttavia la stessa testimonianza viene da Giuseppina, 42 anni, insegnante italofrancese che vive con la compagna (francese al cento per cento) in un «paesino», lo dice lei, in provincia di Salerno: «A tutti diciamo la verità, mai avuto reazioni negative».

La morale è, riprende Francesca, che «la società civile è molto più avanti delle istituzioni. Io non capisco davvero quale minaccia posso rappresentare». Nessuna. Glielo hanno detto pure alla scuola materna, dove è andata con la sua partner Maria Silvia per iscrivere la figlia: «Ci hanno preso un po´ in giro, come se ci preoccupassimo troppo».

I bambini, loro, questa storia della doppia mamma e del papà che non c´è, se la vivono benissimo. A dirlo sono le statistiche americane, dove le generazioni sono più avanti. Le differenze stanno altrove. Se nemmeno i sì al prossimo referendum sulla fecondazione assistita cambierebbero gli articoli che le riguardano, resta in piedi il discorso dei diritti. Alla successione ereditaria, ad esempio, oppure alla continuità affettiva: «Se muoio - dice Giuliana - i miei tre figli non hanno diritto a stare con la co-mamma». Che sarebbe l´altra mamma, ma non per la legge. Lo stesso accadrebbe in caso di separazione: «Io potrei non voler più vedere la mia compagna ma i figli ne avrebbero diritto. Un diritto che non è riconosciuto. Non ci si può affidare solo alla buona volontà delle persone».

A scuola, in ospedale per il parto (c´è libero accesso per la partner, come fosse il marito), ovunque l´Italia è matura per accettare le unioni di fatto. Qui raccontano che in Toscana perfino le suore aprono i loro asili a questi nuovi «figli della colpa». Figli di quale colpa, non si sa. Giuliana: «È quello che ci chiediamo, perché questo accanimento». Giuseppina, che è vicepresidente di Famiglie Arcobaleno, ammonisce: «Siamo alla vigilia di un boom. Abbiamo capito che possiamo essere genitori».

STEFANO ROSSI

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