12/11/2001 - L'Espresso - Daniele Scalise
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E la guerra spacca il movimento
L'idea che l’intervento armato risolva i problemi in modo più rapido della nonviolenza è una trappola che porterà al suicidio il movimento gay. Parola di un omosessuale scomodo


colloquio con Giovanni Dall’Orto

Nel mondo gay (e non solo in quello) Giovanni Dall’Orto è ritenuto un grande rompiscatole. Aggressivo, pronto alla battuta, instancabile polemista. Negli ultimi venticinque anni si è fatto un sacco di nemici, gente offesa dalle sue offese, offesa dai suoi ragionamenti e ogni tanto dai suoi insulti. Inutile dire che sbagliano. Giovanni Dall’Orto è un’intelligenza viva, acuta, piena di energie, appassionato e capace di autentiche indignazioni. Certo, è litigioso. Ma il suo litigare non è mai fine a se stesso, mai segno di nervosismo sterile ma piuttosto impulso alla battaglia civile. Direttore del mensile gay “Pride”, autore di testi fondamentali nella cultura e nella storia gay (tra gli altri: “Leggere omosessuale”, “Figli diversi”, “Manuale per coppie diverse”), Dall’Orto si è schierato decisamente contro l’intervento armato in Afghanistan entrando in aspro contrasto con quella parte del movimento omosessuale (come l’Arcigay toscano) che invece ha appoggiato la decisione di Washington e Londra. Qui spiega le sue ragioni.

La guerra in Afghanistan ha diviso e continua a dividere la società civile e politica. Naturale quindi che anche il mondo gay viva questa scissione tra chi è a favore dell’intervento armato e chi è contro. Tu sei contro. Spiegacene le ragioni.

«Il movimento gay nasce nonviolento e se ha ottenuto risultati ciò si deve al fatto che non ha mai rinnegato questa sua natura, finora. Fare saltare in aria le chiese se il papa ci condanna, o sparargli, non costituisce un passo avanti verso l'accettazione dei nostri diritti: al contrario costituisce la catastrofe che li affosserà per sempre. Appoggiare l'idea che la violenza risolva i problemi in modo più rapido e decisivo della "faticosa" azione nonviolenta di educazione, testimonianza e denuncia, è una trappola che porterà al suicidio il movimento gay. Non a caso da destra si applaude ai gay che hanno "saggiamente" appoggiato la guerra».

Ritieni legittimo che il movimento gay si occupi di una questione come la guerra, che si esprima e che prenda posizione?

«Sull'aereo dirottato che i passeggeri hanno impedito di usare come arma, uno degli organizzatori della rivolta era un gay dichiarato, giocatore di una squadra gay. E si pone già il problema dei conviventi dei gay assassinati nelle Twin Towers: vanno discriminati rispetto alle coppie etero o no? Come vede, i gay vivono e muoiono come chiunque altro: per che motivo allora la guerra non dovrebbe riguardare noi? Blair ha detto che lui per questa guerra è disposto a sacrificare i suoi uomini. Io il mio no. E già che ci siamo, qualcuno vuole ricordarsi che sia nell'Afganistan talebano sia nella nostra alleata Arabia Saudita è prevista la pena di morte per gli omosessuali?».

L’Arcigay toscano ha preso posizione a favore dell’intervento armato ma tu hai subito ribattuto l’illegittimità di quella posizione. Per quale motivo?

«Perché anche in una banale bocciofila le prese di posizione su questioni di carattere nazionale spettano al direttivo nazionale, non ai circoli locali. Figuriamoci in un'associazione politica».

Dopo l’attentato alle Twin Towers cosa avrebbero dovuto fare gli Stati Uniti?

«Decidere "cosa fare" spetta a chi l'attentato l'ha subito, non a me. Come cittadino di un mondo e di un paese che è stato coinvolto dalle decisioni americane io posso dire solo cosa non avrebbero dovuto fare gli Usa: scatenare in modo cieco e implusivo una guerra mondiale, proprio come Bin Laden o chi per lui voleva che facessero. E per lo meno non rifiutarsi di presentare almeno le prove del fatto che era stato davvero Bin Laden. Non credo che questo modo di agire diminuirà le tensioni: esattamente il contrario. Come anche gli americani stanno iniziando a sospettare e ammettere».

Ci spieghi cosa intende per non violenza. Ritiene che quel principio vada applicato sempre e ad ogni costo? Esiste, secondo lei, una possibilità di autodifesa? Insomma, quando si viene attaccati (violentemente) si ha diritto a reagire violentemente?

«La sue domande (troppe per rispondere a tutte) danno per scontate cose che non è lecito dare per scontate. Per esempio che se un energumeno alto due metri e armato mi aggredisce in un vicolo io ho diritto di spezzargli a mani nude l'osso del collo con un'abile mossa di karatè. Be', provaci. Da quando qua il fatto di avere ragione e di essere l'aggredito ti garantisce il trionfo della Giustizia? Chi l'ha detto? Nello scontro fisico vince il più forte, non chi ha ragione, e questo i violenti lo scordano e lo tacciono sempre. Ovviamente se si pensa che il più forte ha sempre ragione, allora il problema non si pone più, tanto è chi vince a scrivere la storia e chi vince ha sempre avuto ragione. Putroppo per lei io non la penso così. E' ovvio che è lecito difendersi dagli aggressori, incluso gli aggressori coloniali e gli aggressori che vogliono portarti via la casa, il lavoro, la dignità. Ma qui ci sono due problemi; primo, nel mondo della globalizzazione è il nostro mondo a essere aggressivamente all'attacco degli stili di vita locali (e ragionando come i violenti, ciò giustificherebbe il terrorismo in difesa di questi stili di vita), secondo, che nessuno, da che mondo è mondo, fa mai guerre di attacco: tutti fanno guerre di "difesa", al massimo "difesa preventiva".

Guardi la Palestina: se riesce a definire in modo oggettivo chi sia ad attaccare e chi a difendersi le dò il Nobel della Pace. La Palestina e Israele sono l'esempio di due popoli, che strillano entrambi di starsi solo difendendo, presi in ostaggio da coloro che sono convinti che solo le armi risolveranno il problema. Mezzo secolo non dovrebbe avere dimostrato che questo metodo, al di là dei giudizi morali che si vogliono dare, banalmente, semplicemente non funziona? Che la violenza va rifiutata non perché immorale, ma prima di tutto perché non funziona? Dopo la seconda guerra mondiale, avendo sotto gli occhi a cosa avesse portato l’illusione di poter risolvere le controversie con la guerra, la Costituente scrisse che l'Italia la ripudiava come metodo di risoluzione delle conroversie internazionale. Poi, gli anni passano, e i motivi per cui si fanno certe cose si dimentica. Così dobbiamo farci la "nostra" guerra per capire anche noi perché la guerra, semplicemente, non risolve nulla».

Parliamo della nonviolenza come metodo di lotta.

«Contrariamente a quel che si crede, la nonviolenza è un metodo di lotta, ripeto, di lotta, quindi di scontro, che però rifiuta l'uso della distruzione fisica dell'avversario per ottenere i propri scopi. Ho il diritto di combattere aspramente un avversario, ma non mutilarlo o ucciderlo. Ma al di fuori di questo, lo scontro è lecito. Altrimenti nonviolenza diventa sinonimo di complicità con l'oppressore».

Insomma, secondo lei la nonviolenza è intrinsecamente giusta?

«No. La nonviolenza non è intrinsecamente "giusta": si può usare anche per cause ingiuste (come lo sciopero dei camionisti contro Allende, e lo sciopero è una tipica azione nonviolenta); i nonviolenti vincono e perdono le loro guerre proprio come i violenti, possono anche sbagliarsi, proprio come i violenti, ma tutto questo con un'enorme differenza: la nonviolenza non ha mai prodotto un solo "danno collaterale", e i suoi errori sono sempre stati reversibili. Sempre. Se invece guarda la Palestina, l'Iraq, il Kashimir o qualunque altra zona del mondo in cui si sia cercato di "risolvere" armi alla mano un problema, vedrà che il problema persiste, dopo dieci, venti, cinquanta, cento anni... In conclusione: la nonviolenza è quel tipo di pensiero che ritiene la guerra sempre un problema e mai, ripeto mai e in nessun caso, la soluzione di un problema. Chi crede alla guerra prende in casa un lupo per guardare il gregge dai cani randagi. Quando si accorge di quel che ha fatto, è troppo tardi».

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